#TFF35 – Seven Sisters, di Tommy Wirkola

Il film di Wirkola è un action-thriller, fa il suo mestiere nonostante troppi sottotesti, soprattutto grazie a Noomi Rapace. Festa Mobile.

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Per analizzare Seven Sisters occorre partire da uno dei suoi cardini. La sceneggiatura di Botkin rientrava nella black list delle migliori mai realizzate; una gestazione di più di dieci anni prima che Wirkola la partorisse. Forse nella versione originale, o comunque nelle primissime (non lo sapremo mai), diversi concetti che talvolta fanno capolino dal fuoristrada-mille-cavalli che è il prodotto erano molto più visibili; una pluralità di input, dalle ramificazioni quasi infinite, che purtroppo scompaiono nell’infantilismo visivo di Wirkola. Quell’Hansel & Gretel già metteva in mostra l’estetica del giocattolo (armi, poteri sovrannaturali), si preoccupava dell’azzuffamento concitato, della tensione spiccia, facile, e in definitiva eliminava l’effetto persona, le sue reazioni, lo sviluppo di un evento, e non, sulla vita umana.

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In un regime distopico, dittatoriale, vige la legge del figlio unico, a causa di produzioni massicce di OGM che non si sa come hanno fatto schizzare alle stelle i parti plurigemellari. I fratelli vanno estromessi dalla società e la procedura consiste in un prolungato sonno criogenico. Karen Settman è una e sette (nessun mistero della fede). Sette sorelle per sette giorni della settimana, nessuna deroga. Tuttavia in un tranquillo lunedì, Monday, la prima, non rientra a casa.

Forse prima dell’avvento del social Seven Sisters, nel suo zigote, lo ripetiamo, non avrebbeget.do lasciato lo stesso imprinting. La società dell’individuo, del capitale, di quell’ente che non necessita compagnia. Chi ancora parla di collettivismo, per non nominare l’altra parola, dovrebbe affacciarsi alla finestra. L’apertura del film è sugli allevamenti intensivi, il cambiamento climatico, come tutto il repertorio di Before the Flood abbia demolito il pianeta. A prescindere da ogni discorso su Trump, il fremito sulla poltrona inizia proprio da quella politica “UN FIGLIO”. Non perché altri regimi, reali, l’abbiano adottata, ovviamente, ma perché schiude l’uovo di drago del 2.0. Immaginiamo che i nostri profili Instragam somigliassero in tutto e per tutto a quello di altre sei persone; le ameremmo tutti come sorelle? L’imposizione e la difesa dell’io è iniziata prima di Zuckerberg, ci mancherebbe, ma solo in via teorica. La visibilità e visione dell’io è tutta un’altra storia, e oggi sembra l’unica prova d’esistenza. In quest’ottica, prima di parlare di Seven Sisters in quanto film, diremo che il climax è dato da Friday che nella tragedia prova a trasferire il file della loro vita ad una delle sorelle. Nel mondo esterno, nessuna è stata con nessuna, il web è la loro memoria, deposito di una condivisione di cui nessuno è a conoscenza. Possiamo vederla come salvaguardia, come collasso dello stesso termine condividere, o sposare la nuance.

seven-sistersRiallacciando il film di Wirkola agl’anti-mondi più recenti, assistiamo al rovesciamento estetico di Equilibium. Lì l’io andava contenuto nelle sue devianze; risultato: ordine e pulizia. Qui siamo più prossimi a I figli degli uomini di Cuaròn (natalità inesistente). C’è solo l’opposizione di contenuto perché il caos della società è lo stesso. La paura di un cambiamento definitivo nella marcia della nostra specie è molto più spaventoso di una temperatura più alta e delle conseguenze sul tutto, facciamoci due domande. Proprio perché inclini all’incuranza del tutto, fratelli di noi stessi, Seven Sisters ci sensibilizza ai disastri di partenza, mostrandoci come potremmo andare a finire. Al tempo stesso però ci fa indossare i paraocchi perché una sceneggiatura che, proprio in questo caso, non si preoccupa di indagare la dittatura dell’io,  produce una distopia slegata dal presente, e quindi un genere che si ribella alla sua stessa ragion d’essere.

Però in fondo il film di Wirkola è un action-thriller, dunque la copertura a tutto il sottotesto fa il suo mestiere. Ma non tanto per un particolare guizzo registico negli inseguimenti, nelle sparatorie, tutti elementi fondativi che nelle sue mani sfociano nel videogioco di serie B, ma grazie a Noomi Rapace. L’attrice svedese, l’autentica Girl with the Dragon Tattoo, offre un ventaglio di interpretazioni che  superano l’unidimensionalità delle sette sorelle. Rapace mostra ancora una volta un eclettismo sapiente, misurato, lontano dai camuffamenti hollywoodiani.  Una promessa che ancora non si fa disattendere.

Titolo originale: id.

Regia: Tommy Wirkola

Interpreti: Noomi Rapace, Willem Dafoe, Glenn Close, Robert Wagner, Marwan Kenzari

Distribuzione: Koch Media

Durata: 124′

Origine: Gran Bretagna 2017

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