The Justice of Bunny King, di Gaysorn Thavat

The Justice of Bunny King è una critica non tanto alle istituzioni, quanto ai suoi rappresentanti, vere e proprie sfingi, incapaci di dimostrare empatia nei confronti della protagonista.

La Nuova Zelanda negli ultimi dieci anni ha dovuto fronteggiare il fenomeno sempre più in crescita dei senzatetto. L’aumento dei prezzi delle case e le poche politiche sociali hanno portato ad un aumento significativo della percentuale di persone senza fissa dimora. Uomini e donne costretti ad alloggiare in rifugi improvvisati o microscopici appartamenti condivisi con altre famiglie. Nel 2019 il governo neozelandese ha approvato un piano economico per contrastare questa piaga sociale. Tuttavia, si tratta di un fenomeno ancora in crescita (non solo in Nuova Zelanda) e profondamente divisivo per quanto riguarda l’opinione pubblica. Gaysorn Thavat, come sua opera prima, decide di inserirsi nel dibattito sociale per schierarsi dalla parte di chi non ha voce: gli stessi senzatetto.

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The Justice of Bunny King, presentato in concorso a Roma all’interno della sezione Alice nella città, racconta con straordinaria empatia le vicissitudini di una madre nullatenente, Bunny King, appena uscita dal carcere per l’omicidio del marito. Bunny non desidera altro che poter riabbracciare i suoi due figli, presi in custodia dai servizi sociali. Ma tutti i suoi sforzi sono vani.

Sembra che nessuno sia effettivamente disposto a fidarsi di lei. Parenti, assistenti sociali, psicologi. Nessuno sembra disposto a darle una seconda opportunità per poter ricominciare la propria vita accanto a Reuben e Shannon.

Eppure, Bunny ha scontato regolarmente la sua pena e ha fatto tutto quello che le è stato chiesto di fare per riottenere la custodia dei figli. Ma la sua è una partita persa (emblematica la citazione a Quel pomeriggio di un giorno da cani nella sequenza finale). La donna vive in mondo che giudica più per come si è vestiti che per quello che si fa o si dice. Un mondo superficiale, pieno di moduli da compilare e da leggere distrattamente. Un mondo di falsa sincerità in cui l’apparato burocratico statale non lascia spazio ad alcun tipo di empatia, sostituita da frasi costruite ad hoc che spiazzano per la loro crudeltà: “Abbiamo il compito di tutelare i suoi figli (da lei).” Gli unici che mostrano umanità nei confronti della protagonista e della sua situazione sono proprio gli ultimi che condividono con lei il-non-avere-nulla. Sono gli unici ad ascoltarla e (con)dividere con lei quel poco che hanno.

The Justice of Bunny King non è però un film solo sull’empatia. Thavat insiste anche sul piano valoriale, criticando aspramente l’assurdo sistema culturale (nel senso sociologico del termine) della nostra società. Bunny non è una “cittadina modello” ma questo non le impedisce di avere un proprio codice etico-morale. Quando sorprende suo cognato, intento a molestare sua nipote Tonyah, non ci pensa su due volte: agisce per il bene della ragazza. Sa che, denunciando l’uomo che la ospita a casa sua, ha appena perso l’unica possibilità di poter riavere a casa i propri figli. Ma a quale prezzo?

La critica sociale di Thavat è più che mai concreta e particolare. Non è diretta al generale mondo delle istituzioni, quanto ai suoi rappresentanti, vere e proprie sfingi, incapaci di dimostrare una qualsivoglia patheia nei confronti della protagonista. C’è da dire che il senso di abnegazione di Bunny King è più forte di qualsiasi cosa. D’altronde se non è possibile “viaggiare verso una nuova vita”, diventa necessario combattere.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2 (1 voto)
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