The Natural History of Destruction, di Sergei Loznitsa

Film d’apertura di FILMMAKER 2022 a Milano, il flusso di immagini orchestrato dal regista cerca anche stavolta, oltre il contesto storico e geografico, una dimensione più atemporale e universale

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Per l’edizione n. 42, in questo anno di (dis)grazia dove l’Ucraina e il mondo intero hanno visto un nuovo, tragico calendario iniziare il 24 febbraio, “Filmmaker” ospita a Milano per la prima volta – a inaugurare il concorso internazionale e in anteprima italiana – un film del grande regista Sergei Loznitsa, di formazione ucraina (era nato in Bielorussia), ma che da molti anni vive in Germania. The Natural History of Destruction è in effetti il suo ultimo lavoro – in una prolifica carriera da documentarista con poche ma significative incursioni nella finzione – presentato lo scorso maggio fuori concorso a Cannes (dove il regista ha ricevuto diversi premi sin dal 2010). Un progetto concepito ben prima dell’invasione russa ma che si rivela ora in tutta la sua drammatica attualità. Nel titolo, Loznitsa rende ancora una volta omaggio (dopo l’impressionante Austerlitz, 2016, che rifletteva sulla memoria perduta dell’Olocausto) a un testo dello scrittore tedesco Winfried G. Sebald, prematuramente morto nel 2001. Si tratta delle tre conferenze tenute da Sebald a Zurigo nell’autunno del 1997 (l’edizione italiana di Adelphi è del 2004) sul tema “Guerra aerea e letteratura”. Quelle lectures riaprirono la grande questione della rimozione operata dai narratori, ma in realtà da tutti i tedeschi, sulle distruzioni delle loro città compiute tra il 1942 e la primavera del 1945 dai bombardamenti aerei degli anglo-americani in lotta contro il nazismo. Le nude cifre danno conto della portata della devastazione e dei traumi, fisici e psichici, collettivi: oltre un milione di tonnellate di bombe colpirono 131 città tedesche provocando 600.000 vittime civili e sette milioni di senzatetto.
Come nei documentari in cui, accanto a quelli “d’osservazione”, usa gli archivi storici (in questo caso ben 15 diversi relativi alla seconda guerra mondiale) per parlarci della contemporaneità, Loznitsa compone (con la collaudata complicità di Danielius Kokanauskis all’editing e di Vladimir Golovnitski al suono) una trama visiva e sonora incalzante e via via più inquietante, in un bianco e nero interrotto dai bagliori della guerra e da qualche inserto a colori, senza alcun riferimento o didascalia. Qua infatti, il flusso di immagini orchestrato dal regista – le città tedesche e quelle britanniche ritratte dall’anteguerra ancora festoso ma pieno di presagi funesti alla apocalisse – cerca, oltre il contesto storico e geografico, una dimensione più atemporale e universale. E in questo suo intento potrebbe spiegarsi anche l’insistenza nel mostrarci la filiera produttiva dell’industria delle armi, ovvero quel sistema “politico-militare”, e tecnologico, che di fatto ci governa e spinge oggi l’umanità sull’orlo del baratro.

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Se appare dunque sin troppo evidente la condanna della immoralità assoluta di ogni guerra che abbia come strategia di fondo la morte di civili inermi e innocenti, è attraverso l’uso di un “montaggio parallelo” che depista e persino rovescia le prospettive delle due parti in conflitto, che il regista evoca una scomoda ma, appunto, attualissima questione, ovvero la difficoltà di distinguere in maniera inequivocabile tra “buoni” e “cattivi” (ricordiamo che lo scorso marzo, per aver difeso i registi russi dissidenti Loznitsa è stato escluso dall’Accademia ucraina del cinema; e che tra i suoi lavori più recenti figura Babi Yar. Context, un altro lavoro di found footage che recupera la memoria del massacro di 34.000 ebrei operato dai nazisti nel 1941 in territorio ucraino con la complicità di parte della popolazione).
Come in un impressionante silent movie – solo a tratti echeggiano parole fuori campo, come nella voce, terribile, forse di Goebbels, che invoca il “contro-terrore”, o nelle fredde minacce di Churchill – The Natural History of Destruction mette in scena le diverse, e anche opposte, reazioni degli esseri umani alla improvvisa distruzione delle loro vite e dei loro beni. Le analisi di Sebald, basate sulle rare testimonianze letterarie del dopoguerra, offrono a Loznitsa numerose piste di ricerca visiva: accanto a tanti uomini e donne, di ogni età, che vediamo aggirarsi, sbigottiti e stralunati (tanto più se illesi), tra le rovine in fiamme di palazzi e monumenti e le cataste di cadaveri, il film ci mostra altri individui che proseguono le loro quotidiane attività, o contribuiscono attivamente alla ricostruzione, come le celebri “donne delle macerie” che in Germania, in una incredibile catena di montaggio, furono impegnate per mesi nell’opera titanica di spazzar via le montagne di detriti. E del resto, un altro grande scrittore di origine tedesca come Kurt Vonnegut – che proprio al bombardamento di Dresda del ’45 aveva dedicato il suo romanzo pacifista Mattatoio n. 5 – non aveva detto che gli uomini sono “animali molto malleabili”?

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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