Ti mangio il cuore, di Pippo Mezzapesa

Gioca con i codici del racconto di mafia e alza il tono di efferatezze e ossessioni: il rischio è quello dell’accumulo, ma resta ancorato ai volti spigolosi di protagonisti e comprimari. Orizzonti

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Pur partendo da coordinate spaziotemporali che fanno riferimento ad un’epoca e ad un “mondo” ben preciso (le lotte di mafia per il controllo del Gargano), Pippo Mezzapesa immerge fin da subito Ti mangio il cuore in una dimensione “esplosa”, dove i personaggi sembrano attraversare riferimenti che solo il livido bianco e nero totalizzante di Michele D’Attanasio riesce a far convivere all’interno della stessa scena. I due amanti di questa storia passano così dal corteggiamento nei camerini di un negozio di abiti allo scoppio di passione in mezzo alle saline, dalle processioni per le vie del paese ai balli di gruppo in un ristorante che ha la Venere di Botticelli dipinta a coprire un’intera parete. Questi ragazzi di malavita compiono i propri omicidi mentre l’aria è riempita dalle note di hit radiofoniche come Dragostea Din Tei o El Talisman, ma i codici che li guidano sono quelli archetipici delle lotte fratricide, oggi come in una tragedia greca o ai tempi di Shakespeare. In ogni senso al centro del quadro, spesso abitato in ogni anfratto da animali ruminanti, bambini scorrazzanti e macerie anch’esse di epoche diverse, la Marilena Camporeale di Elodie è il vero segno di modernità dell’apologo (ispirato infatti alla prima pentita di mafia, uno dei punti in comune con Una Femmina di Costabile, con cui spartisce tra l’altro la fuga finale nel bel mezzo della processione di donne velate), compresa la scelta di affidarne il volto alla performer di Tribale, e come tale va ostinatamente schiacciata, costretta da tutti ad abbassare la testa e lo sguardo fiero.
Mezzapesa tenta insomma una formula che tenga insieme i toni della serialità gangsteristica pompata in stile gomorresco con gli affreschi spietati dei “padri fondatori” (Marco Risi su tutti): Ti mangio il cuore tiene fede alla promessa di crudeltà contenuta nel titolo e alza progressivamente il tono delle efferatezze e della violenza, non solo fisica ma verbale e psicologia all’indirizzo tanto degli odiati rivali quanto di Marilena, vessata costantemente dall’odio della famiglia dove si è rifugiata.

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L’intera giostra impazzita di esecuzioni e morti sanguinarie dovrebbe reggersi sull’arco di trasformazione “michaelcorleoniano” del personaggio di Andrea Malatesta (Francesco Patané), sempre più ossessionato dall’eliminare ogni componente della famiglia rivale, ma purtroppo la caratterizzazione del ragazzo risulta alla fine l’elemento meno incisivo della struttura, che rischia così più volte di mettere a nudo una certa meccanicità e una scansione che sembra procedere un po’ per accumulo, di morti ammazzati come di sequenze madri (buona parte delle quali, va detto, mostrano comunque una certa impressionante potenza, anche quando l’esagitazione lambisce il grottesco).
Dove Mezzapesa è sempre efficacissimo, come nei suoi precedenti lavori, è nello scolpire i volti pazzeschi delle sue storie: qui, una galleria di comprimari che sembra tutta avere la pelle “lavorata” dall’inesorabile sole pugliese, dagli abissali Tommaso Ragno e Michele Placido fino a Lidia Vitale e Francesco Di Leva. Elodie si prende la scena allora innanzitutto proprio come segno spigoloso e irregolare, vitalità impossibile da incasellare e “catturare”, forse neanche fino in fondo dall’occhio del cinema.

 

Regia: Pippo Mezzapesa
Interpreti: Elodie, Francesco Patanè, Lidia Vitale, Francesco Di Leva, Tommaso Ragno, Giovanni Trombetta, Letizia Cartolaro, Michele Placido, Brenno Placido
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 115′
Origine: Italia, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.8
Sending
Il voto dei lettori
3.14 (37 voti)
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