Un mercoledì da leoni, di John Milius

Milius trasforma la prateria in oceano e i cavalli in tavole da surf e indirettamente disegna un ritratto generazionale di eroi western travolti dalle onde della vita. Mercoledì 12, ore 23.50, Premium

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Un amico serve quando hai torto, quando hai ragione non ti serve a niente…” Bear-Sam Melville in Un Mercoledì da Leoni

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Ci sono film che modificano la percezione di sé stessi e del mondo e deformano il tempo e lo spazio per le opere successive. Un mercoledì da leoni non ebbe un grande successo di critica e pubblico al momento dell’uscita nel 1978, ma con il passare degli anni ha giustamente raggiunto lo status di cult.

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Big Wednesday è suddiviso in quattro stagioni che corrispondono a quattro determinate frazioni temporali: estate 1962 – autunno 1965 – inverno 1968 e primavera 1974. In poco più di dieci anni, che non casualmente coprono la fase più importante del conflitto del Vietnam, vediamo evolversi le storie di tre campioni di surf: il biondissimo Jack (William Katt), l’alcolista Matt (Jan-Michael Vincent) e l’irascibile Leroy (Gary Busey) “the masochist”.

John Milius trasforma la prateria in oceano e i cavalli in tavole da surf e indirettamente disegna un ritratto generazionale di eroi western travolti dalle onde della vita. L’estate del 1962 si apre con il simbolico passaggio attraverso le porte del Paradiso: con una memorabile inquadratura dal basso Milius accompagna i tre protagonisti ad immergersi nei sogni liquidi, piccoli sovrani di un regno ancora non contaminato dall’orrore della guerra. E la guerra non è solo il Vietnam, la guerra è dappertutto: quella delle rivolte dei ghetti neri in televisione, ma anche il conflitto interiore tra la libera spensieratezza di una amicizia virile e la necessità di rientrare nei ranghi in un processo sofferto di normalizzazione.

gif critica 2Pur dichiarando le influenze del Moby Dick di Melville e di On the Road di Kerouac, Milius attinge a piene mani dalla letteratura e dalla pittura orientale (Hokusai è il primo artista che viene in mente) inserendo nell’elemento acqua una nota metafisica che avvicina l’umano al divino. Nel momento in cui si tuffano nel mare della California e solcano con leggerezza e apparente facilità le grandi onde delle mareggiate, Matt Jack e Leroy assomigliano a giovani dei che si lasciano le preoccupazioni terrene alle spalle. Se è vero che già L’ultimo spettacolo (1971) di Bogdanovich e American Graffiti (1973) di Lucas avevano esplorato il passaggio dalla adolescenza alla maturità in un preciso contesto storico, John Milius affida al rapporto con l’elemento naturale la parte preponderante regalando con la sia Airflex impermeabile (montata su una tavola da surf e controllata da due operatori) immagini memorabili e ineguagliate che possono essere apprezzate solo sul grande schermo: nemmeno Point Break (1991) di Kathryn Bigelow riuscirà ad avvicinarsi alla perfezione stilistica di Milius.

un mercoledì da leoni gary busey william katt jan-michael vincentGli eroi de Il mucchio selvaggio e de I magnifici sette si infilano nei tunnel liquidi formati dalle onde con la consapevolezza di avere varcato un limite; in questa lotta con la natura si sente l’eco dell’ Hemingway de Il vecchio e il mare, asciugato di ogni concessione romantica. L’antiretorica ha una delle maggiori espressioni nell’uso degli stacchi di montaggio, nelle ellissi narrative, nell’uso parsimonioso delle parole: in questo mondo fatto da uomini soli e di soli uomini, alle donne (Penny e Sally) è relegato uno spazio non significante.

La colonna sonora equilibrata di Basil Poledouris si arricchisce di pezzi importanti come Will You Still Love Me Tomorrow? dei The Shirelles, What’d I Say di Ray Charles, The Twist di Chubby Checker e The Locomotion di Little Eva. Ci sono momenti ironici soprattutto nella prima parte: la festa dionisiaca in casa che si trasforma in rissa, la escursione goliardica in Messico, il matrimonio di Bear durante il quale viene sancito il patto di amicizia virile, gli espedienti dei ragazzi per non farsi arruolare nell’esercito. A questi si alternano sapientemente eventi drammatici come l’incidente automobilistico causato da Matt ubriaco, il funerale di Waxer, la parabola autodistruttiva di Bear e la separazione dei tre protagonisti che prendono strade divergenti. La scena di Matt Jack e Leroy che parlano al cimitero dei loro sentimenti e delle loro prospettive con intorno una moltitudine di croci tombali verrà ripresa da tanti altri registi (uno su tutti Kevin Reynolds per il suo Fandango nel 1985).

big wednesday miliusMa se il respiro di Dio è il vento che dà la forma alle nuvole (e alle onde) allora i tre sono destinati a ritrovarsi nel Big Wednesday della primavera del 1974, il giorno di una mareggiata memorabile. Le immagini dei cavalloni altissimi e dei piccoli corpi che si ostinano a sfidarli creano un groppo in gola allo spettatore che sa quanto è labile il confine tra la vita e la morte. Il ciclo delle esistenze si apre e si chiude rinnovandosi: Jack Matt e Leroy si ritrovano a sfidare le leggi della natura sapendo di avere lasciato una testimonianza generazionale che ha fatto epoca (“abbiamo fatto epoca”). Non si può vivere nel passato ma si può fare in modo che i bei ricordi non rimangano alle spalle. I tre escono dalle porte dell’Eden con il muto sorriso di chi ha compreso: questi giovani dei sono diventati uomini.

Titolo originale: Big Wednesday

Regia: John Milius

Interpreti: William Katt, Jan-Michael Vincent, Gary Busey, Patti D’Arbanville

Durata: 119′

Origine: Usa 1978

Genere: drammatico

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