VENEZIA 70 – "Palo Alto", di Gia Coppola (Orizzonti)

Tratto da una raccolta di racconti di James Franco, Palo Alto è l’ennesimo debutto di un membro della famiglia Coppola. Classica impostazione da teen movie e mood registico in linea con gli altri rampolli Sofia e Roman. Bisogna liquidare il film solo così? No. C’è anche dell’altro. C’è innanzitutto la sana voglia di ri-mettere la persona/personaggio al centro di tutto, attraversando emozioni confuse ma sincere, cosa non certo scontata nei dibattuti canyons del post-cinema odierno

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palo altoEnnesimo debutto nella famiglia Coppola, ennesimo impegno annuale per il sempre più poliedrico James Franco. Alla base c’è un libro di racconti scritto dall’attore, che la giovane nipote del grande Francis ha letto e apprezzato, facendo nascere un’amicizia prima e una collaborazione artistica poi. Pertanto: Gia Coppola alla regia e James Franco (che si ritaglia anche un piccolo ruolo) alla produzione di questo bizzarro progetto chiamato Palo Alto. Diciamo subito che il mood registico dei rampolli Coppola (soprattutto di “zia” Sofia) si avverte evidentemente: narrazione frammentata, adolescenti ricchi/annoiati sull’orlo della depressione, musica invadente che detta i ritmi della regia, improvvisi rallenti a sottolineare i sommovimenti emotivi. Si raccontano pochi giorni della vita di un gruppo di teen-ager all’ultimo anno delle superiori (due in particolare: April e Teddy) tra feste, alcool, marijuana, auto di lusso e primi approcci sessuali. Una barriera culturale pericolosa e anestetizzante, quasi impossibile da rompere per questi young american: evidente, in tutto questo, anche la firma di Franco. Ecco: da questo punto di vista Palo Alto potrebbe quasi sembrare il controcampo malinconico e programmaticamente “antipatico” di Dazed and Confused di Richard Linklater; dove ogni tensione o malinconia è stata già vista, vissuta o elaborata in decenni di teen movie americani almeno da American Graffiti in poi. E allora che c’è di nuovo? Dovremmo liquidare il film senza pensarci poi troppo?

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No. Semplicemente perché, nonostante tutto, il cinema “dei” Coppola (vedere l’ultimo Roman per credere) continua a emanare un fascino sottilmente magnetico nello spettatore, nello scarto di una ripresa un po' più lunga del dovuto, di un ralenti improvviso, di un campo vuoto non previsto che sa ancora riconsegnare al cinema lo statuto di sentimento prima di tutto. Si potrebbe quasi fare l’esperimento di rivedere in sequenza tutti i film di Sofia, Roman, Gia, e chissà in futuro quanti altri discendenti, e scoprire che forse si tratta di un unico grande film, una sorta di "Home movie" perenne, quello di una famiglia che non può che fare cinema per esistere. Ed è in questo che Palo Alto riesce agevolmente a superare i suoi (a volte ingenui) difetti, ponendo ancora ogni personaggio/persona al centro di tutto e attraversando emozioni confuse ma sincere, cosa non certo scontata nei tanto dibattuti canyons del post-cinema odierno. Un film dove trovano ancora spazio “carissimi” fantasmi del nostro passato di celluloide: Val Kilmer imbolsito come patrigno, Talia Shire invecchiata come professoressa, il riferimento nella lezione di disegno a Sly Stallone come “vero artista oltre la coltre di muscoli”…con le ovvie crisi dei protagonisti Teddy e April che si superano in un fugace e bellissimo sorriso nel cuore della notte. Nonostante tutto, questo è un cinema che resiste.

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