#Venezia76 – Incontro con Pablo Larraín, Gael García Bernal e Mariana Di Girolamo per Ema

Partecipano alla conferenza stampa veneziana del film Ema il regista Pablo Larraín (Tony Manero, Post Mortem, No – I giorni dell’arcobaleno, Neruda, Jackie) con il fratello Juan de Dios, produttore del progetto, e gli interpreti protagonisti Gael García Bernal (Amores perros, I diari della motocicletta, La mala educación, Babel, Neruda, Wasp Network) e la giovane attrice cilena Mariana Di Girolamo. Nel cast anche Santiago Cabrera (Che – L’argentino, Transformers – L’ultimo cavaliere), assente all’incontro. 

Dopo tre anni dall’ultimo progetto (Jackie, 2016), Larraín torna sul grande schermo. Il film, che è in corsa per il Leone d’oro e verrà proiettato anche al Toronto International Film Festival, racconta la vicenda drammatica di Ema, una giovane ballerina cilena che si trova ad affrontare la separazione da Gastón e a dover rinunciare al figlio adottivo Polo.

La prima considerazione del regista riguarda la scelta del genere musicale, il reggaeton, consigliatogli dal musicista Nicolás Jaar per una visione moderna sulla realtà cilena contemporanea. Anche Mariana Di Girolamo, la protagonista, ammette di avere familiarità e simpatia per i ritmi contagiosi e sinuosi di una musicalità molto vicina alla sua generazione, considerandoli delle «spinte ataviche e primitive per un atto di liberazione».

 

La pellicola affronta anche il tema della questione generazionale, tanto cara al regista, che sottolinea quanto abbia imparato dai ragazzi di oggi, rispettosi, consapevoli di problematiche quali il consumismo o il cambiamento climatico, custodi di una modalità di agire tutta loro. 

I due protagonisti, pur amandosi, non riescono a trovare un punto di incontro, anche a causa della differenza d’età e di tutte le conseguenze che essa comporta. Il vecchio e il nuovo a confronto, dunque, la necessità di seguire quella che Gael García Bernal definisce «la narrativa del futuro», una via nuova per raccontare storie moderne, al passo con le trasformazioni sociali. Persino l’ambientazione della città portuale di Valparaíso contribuisce a sottolineare la diversità tra Ema e Gastón anche nella sensibilità artistica (lei preferisce ballare per strada, lui in teatro). Tante le sfide affrontate in questo progetto: il concetto di libertà, di sessualità, di famiglia.

Ema è una donna a trecentosessanta gradi: figlia, sorella, madre, amante, moglie, ballerina. «É il sole e tutti gli altri le girano attorno, ma come accade con il sole se ci si avvicina troppo si rischia di bruciarsi». Ella racchiude in sé una potente scintilla di creatività, che riesce a esprimere tramite la danza, unica vera occasione per essere se stessa e relazionarsi con il mondo circostante. Irresistibilmente attraente e sensuale, ha il fuoco dentro, «ha un lanciafiamme e sa benissimo come usarlo», scherza la Di Girolamo. Desidera una libertà sessuale assoluta e cerca di avere una «famiglia poliamorosa, diversa da quella tradizionale». Larraín spiega come tale scelta non sia finalizzata ad alcuna rivendicazione, quanto piuttosto motivata da una volontà di «lasciare una testimonianza di ciò che accade al giorno d’oggi».

Il tema delle adozioni non andate a buon fine è stato inserito dal regista in quanto, seppur non lo riguardi personalmente, rispecchia una situazione drammaticamente ricorrente in Cile: «adottare è un atto di generosità immensa e rispetto molto chi decide di fare questo passo».

Riguardo alle modalità di lavorazione sul set (il sodalizio García Bernal – Larraín è ormai consolidato dopo le precedenti collaborazioni in No – I giorni dell’arcobaleno e Neruda), il regista ha rivelato un curioso dettaglio: «Solitamente non mostro la sceneggiatura agli attori in anticipo, ma soltanto il giorno prima di girare». É un approccio più difficile per gli attori, che in alcuni casi entrano un po’ in crisi o non comprendono totalmente le indicazioni date loro, ma se non sanno esattamente dove stanno andando la performance si arricchisce di complessità, risulta più interessante.

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