White Paradise, di Guillaume Renusson

Un cammino per la sopravvivenza: un’opera saggiamente sospesa tra pessimismo viscerale e barlumi di speranza. Il film vincitore del Rome Independent Film Festival 2023

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White Paradise, opera prima diretta da Guillaume Renusson, vince la ventiduesima edizione del Rome Independent Film Festival come Miglior lungometraggio Internazionale e noi abbiamo avuto il piacere di intervistare il regista.

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Un’opera saggiamente sospesa tra pessimismo viscerale e barlumi di speranza. Porta sullo schermo una storia toccante, sia sul piano emozionale che su quello fisico ed è capace di afferrare con mano corde sensibili come l’accettazione del lutto e la lotta per la sopravvivenza. La ricerca d’isolamento che si trasforma in necessità di contatto, la diffidenza, la solidarietà, l’accudimento, lo scontro… Un quadro, dove la bellezza paesaggistica fa a pugni con la stoltezza umana. 

Scritto dal regista a quattro mani con Clément Peny, distribuito da No.Mad Entertainment e in uscita nelle sale a marzo 2024, i primissimi istanti che lo spettatore insegue, in piano sequenza, è il volto intriso dalla paura di Chehreh (Zar Amir Ebrahimi – Holy Spider), giovane donna afgana costretta alla fuga e alla costruzione di una propria libertà, dopo essere stata separata dal marito.

È l’inizio di un sentiero tortuoso, la prima fase di un’odissea per la sopravvivenza che, nel soffermarsi su alcuni degli aspetti più crudeli della realtà, mantiene un movimento costante. Lo stacco arriva da un fotogramma all’altro: ci porta in Francia, dove Samuel (Denis Ménochet – As Bestas) è alle prese con la riabilitazione seguita ad un tragico incidente nel quale ha perso la moglie; una riabilitazione fisica che non sembra bastare e che presto lo spinge verso un risanamento anzitutto emotivo.

Decide di isolarsi in uno chalet che stava ristrutturando con la moglie sulle Alpi italiane, ed indifferente alla rabbia della gente del posto che aiuta la polizia a dare la caccia ai migranti, si imbatte in Chehreh, la quale, nascosta dentro casa sua, cerca di attraversare clandestinamente il confine per raggiungere la Francia, affrontando la neve profonda in jeans e scarpe da ginnastica. Samuel decide di aiutarla, pensando che ci vorranno alcune ore, ma un gruppo aggressivo di uomini li insegue…

Presentato come un thrillerWhite Paradise presenta decise caratteristiche dei film d’azione (per via dei combattimenti ravvicinati), mescolati però ad una componente di denuncia sociale. I riferimenti dichiarati che hanno ispirato il regista, sono chiari: Essential Killing di Jerzy Skolimowski, Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure di Akira Kurosawa e Il grande silenzio di Sergio Corbucci. L’ineluttabilità della violenza ricorda opere come Cane di paglia di Sam Peckinpah; ma anche il saggio sul “divertimento” di uccidere La pericolosa partita (1932) di Ernest B. Schoedsack e Irving Pichel. 

Lo sprofondare dei loro passi corrisponde all’emergere dei sentimenti, persi in un viaggio tanto fisico da evocare una fortissima spiritualità. Essi fuggono e al contempo inseguono: affrontano le loro stesse paure e scoprono, lungo il tragitto, il valore dell’assistenza ed un attaccamento alla vita che trova la propria forza nel bisogno di ritrovare i propri affetti; perché se da una parte i due vedono nell’altro la rievocazione di ciò che hanno perso, dall’altra si affidano al pensiero di un ricongiungimento, lei col marito, lui con la figlia di sette anni. 

White Paradise traccia le tappe, con una rara intensità fisica, di una Via Crucis percorsa dai due protagonisti mentre si fanno strada tra neve farinosa, notti gelide e sottobosco, attraversando una stazione sciistica deserta fuori stagione, costretti a combattere i loro inseguitori in modo estremamente brutale. Ma i due fuggitivi imparano anche a superare i loro iniziali sospetti reciproci e a conoscersi. Due esseri umani che la vita non ha certo risparmiato e che scoprono la forza della solidarietà di fronte a chi manifesta la più cieca brutalità nella caccia ai migranti. 

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