ZEBRA CROSSING – Tra le pieghe del #TSFF31

L’eccezionale territorio di confine della città in cui si svolge è il luogo più esatto per la vocazione del Trieste Film Festival, la cui 31esima edizione si è conclusa lo scorso 23 gennaio (qui tutti i vincitori). Un festival che indaga il cinema dell’Est Europa, i cui confini sono da sempre molto labili e gli incroci molto presenti.

Lo sguardo su questo cinema ibrido di culture diventa anche sguardo su ibridazioni linguistiche e sconfinamenti, che dalla struttura classica sconfinano appunto in ardite quanto necessarie sperimentazioni. Il postcinema poi è ontologicamente zona di confine delle pratiche cinematografiche, linea oltre cui il cinema diventa altro. Siamo rimasti quindi molto colpiti nel vedere come, dai film del festival, fosse facilmente sondabile una pratica postcinematografica interessante, anche quando non consapevole. Stessa sensazione riscontrata vedendo pure la mostra sui manifesti creati nei paesi dell’Est per il cinema di Fellini, e “Modernistan” la mostra sulle foto delle architetture moderniste in Asia centrale.

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Un nucleo di visioni su cui si riesce bene ad approfondire una riflessione sui confini del cinema oggi.

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La Gomera di Corneliu Porumboiu, selezionato a Cannes l’anno scorso, è centrale per la riflessione sul linguaggio. Se traspare in maniera evidente l’amore del regista per il cinema, per il suo linguaggio e le sue possibilità, ci ha colpito soprattutto l’intuizione linguistica dell’uso del fischio come intelligente veicolo per uscire dal solco del logos e aprirsi a nuove forme di comunicazione (con tutti i risvolti che tale operazione consegue). Vediamo quindi uno sconfinamento dal verbale verso un linguaggio sonoro che si fa sempre più lingua andando avanti nella trama, fino a sparire nel sorriso dei due protagonisti ritrovatisi a Singapore.

Ci piace pensare ad un futuro di film postcinematografici di sole immagini e fischi tra personaggi, in cui le trame spariscano e si possa essere inondati da visioni e suoni. Ma al di là di sogni sperimentali (su cui torneremo) è chiaro come Porumboiu si muove, seppur dentro il confine dell’amato cinema, ai bordi di esso per attuare sconfinamenti e proporre riflessioni.

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Heidi di Catalin Mitulescu invece rientra di più nel modo classico di quel Cinema finestra sul Mondo che vuole indagare un certo contesto. In questo modo si rende capace di mostrare uno scorcio molto interessante sulla Romania di oggi. Il regista, usando la struttura forte della detective story, riesce a sconfinare da tale struttura verso quegli smarginamenti a noi cari in cui gli sguardi tra lui e lei, un vecchio, stanco e grasso detective e una giovanissima prostituta, aprono veramente squarci profondi di senso, tra dolcezza, solitudine, manipolazione e bisogno sia affettivo che sessuale.

Zana di Antoneta Kastrati ha potenti, seppur minimali, momenti di magia e spiritismo che travalicano la forma classica, andando oltre e verso quelle possibilità un tempo proprie, per esempio, del cinema di Tarkovskij. La necessaria attenzione al dramma delle madri kosovare che hanno perso figli durante la guerra (necessaria sia come messaggio che come trama) si equilibra bene con la ancora più vivida la voglia di sorpassare il testo, e immergersi in terreni di confine propri delle sole immagini, come succede nelle visioni notturne della protagonista o negli sguardi tra lei e la strega.

Anche Oleg di Juris Kursietis prova a superare i confini, facendo un discorso contrario, cioè di compressione. La forma quasi quadrata del frame imprime una pressione sui personaggi che esplode spesso all’interno di una trama molto toccante. La stessa camera a mano (che ricorda molto la fotografia dei fratelli Dardenne – e si noti che la storia è ambientata in Belgio) non vuole dare scampo ai volti e ai dettagli dei personaggi, inseguiti in tutte le loro sfumature, come fossero soldati in trincea di una guerra che si chiama immigrazione in paesi più ricchi del proprio per guadagnare pochi soldi da spedire a casa.

Il citato Tarkovskij è protagonista del documentario Il dono di Giuliano Fratini, in cui si indaga l’ultimo periodo di vita del celebre regista, dopo la decisione di restare in Italia e non tornare in Russia. Il film riesce a trovare un giusto equilibrio tra il prezioso materiale di repertorio e le interviste alle persone che sono state più vicine al regista in quegli anni.

Ma dove il festival riesce veramente a porsi in un’ottica di sconfinamento è nella selezione per il premio Corso Salani (vero regista fuori dai confini, postcinematografico antelitteram).

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Questo si evidenza bene nel film premiato La strada per le montagne della milanese Micol Roubini, con un viaggio che lascia la terra natia per andare nella lontana Ucraina, la quale diventa subito luogo della memoria. Luogo i cui confini sono resi più labili dalla necessità della Storia di andare avanti (e infatti la casa del nonno, agognata meta di visione, non pare essere più presente perché demolita anni addietro). Il lavoro è intelligente nell’attenzione a varie cose: il suono come unica traccia da seguire in tutti quei momenti in cui non pare possibile filmare o mostrarci l’immagine (per via della censura o per le condizioni di luce); la voce off che riesce a creare un tappeto su cui appoggiare il testo e a tornarci sapientemente nei passaggi più difficili del film; e la fotografia di volti e di rughe come solchi scavati dal tempo a cui chiedere spiegazioni sapendo quanto sia difficile entrare in contatto con una realtà così lontana e a tratti drammatica (soprattutto nelle relazioni tra il popolo e l’esercito ucraino).

Ma quale sia il confine da oltrepassare nel cinema oggi, soprattutto verso una pratica postcinematografica, ce lo dice in maniera potentissima Padrone dove sei di Carlo Michele Schirinzi (già presentato a Torino). Esperimento di tale vertigine da fare sì che veramente i nostri sogni sperimentali paiono possibili di essere raggiunti. Per essere avvolti da questa avventura degli occhi posatisi sui dettagli del corpo, la fruizione migliore di esso non potrebbe secondo noi prescindere dallo schermo più grande possibile, per catapultarci in un terreno umido di dettagli intimi del corpo, desideri di amplessi artistici, stacchi musicali ipnotici, solitudini onaniste, ambienti a divenire luoghi dell’anima e riflessioni sulla consapevolezza della morte.

La ricerca di Schirinzi unisce il sacro e il profano, l’alto e il basso, trovando sintesi mirabili per dire l’amore verso il corpo che sia reale o simulacro.

 

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Il Trieste Film Festival quindi è ancora luogo di cinema, ma non può negare la comparsa di istanze postcinematografiche insite negli sguardi del contemporaneo. Questo è ancora più chiaro anche solo se riflettiamo sulle due mostre citate all’inizio. La mostra “Modernistan” cattura un tempo passato che pare giustapporsi in un paesaggio talmente ampio da essere set cinematografico di per sé, capace di far divenire cinema ogni interazione con esso. Lo stesso vale per la creazione dei manifesti cinematografici dei film di Fellini in Est Europa (guarda la galleria qui sotto), veri film di carta ad ampliare i film del cineasta.