ASIAN FILM FESTIVAL 2006 -Tears again: "15" di Royston Tan.
Sembra una dichiarazione d’amore "15". Verso una generazione di figli senza padri (come nel successivo 4:30), verso quei corpi tatuati alcolizzati drogati picchiati nelle giovani gangs of Singapore. Cinema polimorfico, periferico e percussivo. Sogno postmoderno dove tutti gli elementi stilistici contribuiscono a creare una realtà ludica immaginaria

Ritornare su Royston Tan. Ritornare su 15. Un’ossessione, forse. Oppure un bisogno d’amore. Forse lo stesso che Royston incide nei volti dei suoi personaggi, nelle loro lacrime inverse e versate, quelle che solcano il volto di un quindicenne aspirante suicida per poi risalire su, miracolosamente, come il rewind di un videotape. Dolore riavvolto su nastro. Stop & go. Poco altro. Si cambia idea e non si muore più, forse. Il giovane Royston non lo permette e la videocamera sta al gioco. Tutto qui. Si ricomincia: altra storia, altre lacrime, altro film. 15 è 2 film in uno, 3 film in uno, forse di più… ancora di più. Ecco allora che quello di Tan diventa il film anche dell’invidia a denti stretti. Il film che tutta una generazione, la “nostra”, avrebbe voluto fare… senza riuscirci, senza volerci riuscire, senza aver potuto mai immaginare di riuscirci.
A distanza di pochi anni dalla sua apparizione a Venezia (2003), rivisto all’Asian Film Festival, sembra sempre più una dichiarazione d’amore 15 di Tan. Verso una generazione di figli senza padri (come nel successivo 4:30), verso quei corpi tatuati alcolizzati drogati picchiati nelle giovani gangs of Singapore. Cinema polimorfico, come il ‘primo’ Wong Kar-Wai, quello meno raffinato e più sorprendentemente multiforme. Cinema periferico e percussivo, come il miglior Spike Lee, quello delle accensioni cromatiche e della politicità del mostrato, dell’urlo libero e incontrollato capace sempre di sposarsi con la nuova estetica.
Sogno postmoderno. O meglio ancora nel postmoderno, dove tutti gli elementi stilistici contribuiscono a creare una realtà ludica immaginaria, continuamente mutevole e struggente (proprio per la sua esplicita virtualità). Non c’è speranza in 15 che non sia determinata dalla manipolazione delle immagini. Punto. “Il mondo è una merda!”. Punto. Eppure le immagini possono aiutarci a trasfigurare il reale come un’evasione irrinunciabile e rigenerante. O forse no. Forse è un’intera generazione di quindicenni ad avere del mondo nessun’altra immagine che non sia spot, playstation, videoclip, televisione e quant’altro. Nessuna immagine che non sia falsa. E magari non c’è più amore per il mondo e nel mondo che non sia già virtuale, realtà parallela di un gioco senza futuro. Basta spingere ‘play’. Cinema dell’utopia postorganica. Cinema della disperazione postorganica. Lunga vita alla ‘nuova carne’. Generazioni allo sbando. Generazioni ri-nate.
Stop & go. Persino troppo ‘orizzontale’ per un’opera prima. E la sublime grazia dolente del secondo 4:30 a suo modo rimargina. Ed è già altrove.
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