VENEZIA 64 - "Il cinema italiano ha bisogno di recuperare il rapporto con il pubblico": incontro con Andrea Porporati
La storia di Saro Scordìa come alternativa alla mafia e specchio di un’Italia in continua evoluzione. Il dolce e l’amaro, in competizione al festival veneziano, esce il 5 settembre nelle sale italiane, distribuito dalla Medusa. Il regista Andrea Porporati riflette sul cinema di ieri e di oggi, passando per i gangster movie degli anni ‘40
Il film si serve spesso di toni da commedia. L’intento era quello di ridicolizzare la mafia?A.P. Non si tratta di voler ridicolizzare la mafia. In quel tipo di vita ci sono molte contraddizioni ed è dalle contraddizioni che spesso nasce il comico, dall’estrema tragicità di alcune situazioni. Una delle scene più divertenti del film, quella in cui i rapinatori comunicano con difficoltà con gli impiegati della banca, sottolinea questo aspetto contradditorio, denunciando la situazione di chi non è in grado di farsi capire, se non con una pistola in mano.
La scelta di un punto di vista non è mai casuale…
A.P. Non è un film sulla mafia, perché non mi piacciono le storie dominate da questo argomento. La sceneggiatura del film è stata scritta molto velocemente, senza ragionarci troppo su. Volevamo raccontare un uomo qualunque, nello sguardo del quale tutti quanti si potessero riconoscere, senza sentirsi distanti. Raccontare la storia di una persona che ha avuto una certa esperienza, ma che, se fosse nato in un altro posto, avrebbe fatto un’altra vita. Il mafioso di Lattuada è forse il film al quale mi sono maggiormente ispirato, sfruttando la ricetta narrativa delle pellicole italiane di una volta, utilizzando quel modo di raccontare, filtrato dalla sensibilità di oggi. È stato difficile come sceneggiatore riuscire a capire che cosa fosse diventata l’Italia. Perché l’Italia è cambiata e il popolo italiano è ancora tutto da riscoprire.
È vero che si è ispirato al cinema di Sergio Leone?
A.P. Tutto il cinema italiano del passato mi ha influenzato. La mia idea era quella di ripercorrere le strutture classiche dei gangster movie americani degli anni ’40, cercando di viverle non in modo epico, ma guardando i personaggi dal basso. Saro è un personaggio di un eterno adolescente. La macchina da presa cerca di vedere il mondo con i suoi occhi, per questo l’episodio dei ragazzini è raccontato come una favola. La scena successiva, quella in cui Saro si lava le mani con la terra, è la prima guardata attraverso l’occhio di chi sta diventando uomo. Da quel momento in poi il film prende una strada diversa, più realistica.
Che cosa pensa delle recenti critiche che hanno colpito il cinema italiano?
A.P. Non voglio parlare delle ragioni economiche che sono dietro la cosiddetta “crisi” del cinema italiano. Siamo l’unico paese al mondo in cui a volte entrando in un bar può capitare di trovare foto di vecchi film appese alle pareti. A quel tempo il cinema era qualcosa che faceva parte della coscienza del popolo italiano. Poi il cambiamento, già a partire dagli anni ’70. Un cambiamento così rapido e persuasivo, che io stesso ho avuto difficoltà nel riuscire a trovare gli strumenti per poterlo esprimere. Adesso che il cambiamento si è stabilizzato, ci è tornata la voglia di ricominciare a raccontare l’Italia a sé stessa, cercando di assumere l’atteggiamento dei grandi registi del passato.
Si parla sempre più spesso di una nuova generazione di registi italiani. Sorrentino, Garrone, Vicari, fanno un cinema interessante, che ha bisogno però di recuperare il rapporto con il pubblico. Il mio dovere, come quello dei registi italiani, è quello di ritrovare la dimensione della popolarità, il rapporto con il pubblico, senza però cedergli tutto.
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