VENEZIA 64 - "Kagadan sa banwaan ning mga Engkanto (Death in the Land of Encantos)", di Lav Diaz (Orizzonti)
Immortalando danni ed effetti del terribile tifone Reming, Diaz trasforma l’esperienza della visione in una serie di spunti e sussulti dello sguardo che colpiscono agli angoli di una messinscena frontale che continua a scorrere – cinema-flusso, cinema-fluido, cinema-sopravvissuto che rapisce lo sguardo assuefatto al ‘rotolare’ della pellicola che gira
La cosa più sorprendente è come realizzare un’opera di nove ore di durata che si mantenga per tutto il tempo al livello epidermico di percezione – che non distolga nemmeno per un attimo il proprio sguardo da un chiaro intento di ‘innalzamento’ della realtà a una specie di versione digitale del ‘cinema di poesia’: dove i rarissimi movimenti di macchina e la sgranatura del mezzo semiamatoriale diventano necessari per trasformare il campo lungo della realtà della tragedia in una (s)composizone materica fatta di scene lunghissime, estenuanti (galli che cantano fuoricampo, strazianti lettere e poesie scritte da un morto), che si susseguono senza soluzione di continuità trasformando l’esperienza della visione in una serie di spunti e sussulti dello sguardo che colpiscono agli angoli di una messinscena (?) frontale che nel frattempo continua a scorrere – cinema-flusso, cinema-fluido, cinema sopravvissuto: Lav Diaz, grande regista filippino autore di una radiosa trilogia di opere ciascuna di sette-otto ore di durata (Batang West Side, Evolution of a Filipino Family e Heremias), si reca nella regione del Bicol, in prossimità del vulcano Mayon, a registrare danni ed effetti del ferocissimo tifone Reming, il più violento mai registrato nella storia delle Filippine, abbattutosi sulla zona il 30 novembre 2006 – in cinquecentoquaranta minuti di montato estremamente politici ed eloquenti (non mancano infatti elementi di forte critica nei confronti del governo filippino), attraverso il ritorno a casa (il villaggio distrutto di Padang) del leggendario poeta filippino Benjamin Agusan, Diaz segue i vivi ma cerca anche i morti, non ne è spaventato ma anzi la freddezza della sua regia ‘non-invasiva’ non riesce a nasconderne l’attrazione: e il silenzio quasi irreale che regna sovrano nella seconda parte del film, nemmeno rotto da blandi rumori naturali e dagli scarsi dialoghi smozzicati e sottovoce, queste ore ed ore ed ore di silenzio come nell’occhio del ciclone, sono forse il senso ultimo dell’operazione di Lav Diaz – una sospensione in attesa dell’evento, dell’illuminazione, dell’immagine che rapisce irrimediabilmente lo sguardo assuefatto al ‘rotolare’ della pellicola che gli gira davanti agli occhi, ancora ed ancora. E finisce giustamente con uno schermo nero, Death in the Land of Encantos di Lav Diaz; come se si fosse trattato di una serie di nastri registrati e poi ritrovati per caso, riscoperti e ridati alla luce, alla visione. Sono passate nove ore. Fuori dalla Sala Perla, sono le due di notte dell’ultimo sabato di Festival, l’8 settembre. Da quella parte tra gli stand la musica da discoteca è assordante, un sacco di gente vestita di scuro balla e ordina drink. Ti giri un attimo indietro a guardare l’entrata del Casinò, senza parlare, scendi le scale del palazzo – poi te ne torni a casa.
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