BERLINALE 60 - "Howl" di Robert Epstein e Jeffrey Friedman (Concorso)
Gli autori di The Celluloid Closet e Paragraph 175 raccontano il più celebre poema della controcultura e il processo per oscenità che subì nel 1957: Allen Ginsberg interpretato da James Franco si muove tra testi originali e il cartoon di Eric Drooker che anima i suoi versi. Un’opera in fuga dai codici prestabilidi di qualsiasi biopic o documentario. Produce (anche) Gus Van Sant
Non è certo una testimonianza, il film che Robert Epstein e Jeffrey Friedman dedicano ad Allen Ginsberg e al suo Howl, tanto meno è un documentario o una “riduzione” cinematografica, oppure un flusso di coscienza per immagini. In realtà non è niente di tutto questo, piuttosto la sua somma, fortunatamente inesatta. In effetti, la cosa che più piace di questo film è la sua inclassificabilità, la fuga lirica e prosaica allo stesso tempo dai codici prestabiliti di ogni possibile biopic o dramatization basata sull’urlo di Gisnberg, sul suo autore, sul sequestro del libro pubblicato da Ferlinghetti e sul conseguente processo per oscenità che subì a San Francisco nel 1957. Epstein & Friedman – prodotti tra gli altri anche da Gus Van Sant – evitano le immagini di repertorio (solo qualche foto sui titoli di coda), non mostrano vecchie interviste né raccolgono testimonianze. E, se cercano la messa in scena plastica, non perseguono mai la plasticità della messa in scena: dalla court room alle pose fotografiche con Carl Solomon al reading di Ginsberg, sino alla visualizzazione cartoon dei versi del poema, il loro sforzo è quello di forgiare un testo mobile che vada al di là di scene e costumi, della performance stessa di James Franco (coi suoi occhiali neri, la barba ancora corta...), in cui tempo e spazio della ricostruzione confluiscono in una performance fluida che neghi la rigidità biografica, la polvere della (ri)evocazione.
Howl è un film di esatta inesattezza perché riesce a sfuggire alle griglie rigide della precisione da cui
necessariamente nasce (l’imprinting degli autori è documentario, e d’alto rango pure, come dimostrano The Celluloid Closet e Paragraph 175...) per lavorare su una comunicazione tanto logica quanto emotiva dell’evento che il poema di Ginsberg e il processo che subì rappresentarono. Il contesto della contro-cultura resta fortunatamente ai margini, mentre l’intaglio rievocativo risalta più come contenuto che come contenitore: toni, colori, scenografie si offrono come scenario consapevole di quella drammatizzazione ampiamente scenografica della società che era l’America dei ’50.
Del resto, la scelta di destituire la drammatizzazione di qualsiasi potenzialità classicamente narrativa è conseguente alla scelta di partire esclusivamente da testi originali, visto che il film si costruisce sullo scorrimento parallelo del processo a Ferlinghetti, di un’intervista a Ginsberg e di un reading del poema che puntualmente svapora nel cartoon creato per Epstein & Friedman come una “fantasia beat” dal graphic novelist Eric Drooker, che di Ginsberg è stato collaboratore. Tutto fa riferimento a testi originali (i verbali del processo, le memorie dal poeta affidate alle interviste), in una introiezione del principio documentario che svanisce nella rievocazione. Poteva essere un film capace di soffocare l’urlo di Ginsberg, ne risulta un’opera che lo libera senza enfasi, ma come puro atto del suo tempo e del suo spazio.

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