#Cannes2018 – Whitney, di Kevin Macdonald

Segue il ritmo dell’indagine sulla morte di una popstar, il documentario di Kevin Macdonald dedicato alla figura di Whitney Houston, a conferma davvero di come la modalità fondativa dell’approccio del cineasta scozzese resti quella del suo titolo migliore, State of play, e dunque quella del prodotto di finzione, anche quando – come nel suo Marley del 2012 – la formula apparente è quella del biopic musicale standard tra repertorio familiare, apparizioni tv, esibizioni dal vivo e interviste più o meno “esplosive”.
E dunque: era solo amicizia quella con l’inseparabile Robyn Crawford, o le due sono state una coppia omosessuale? Il matrimonio con il cantante soul Bobby Brown, noto poi per averla ripetutamente picchiata e tradita, era allora alla base il tentativo estremo e cocciuto di Whitney di aggrapparsi all’idea tradizionale di famiglia, lei che era cresciuta da genitori divorziati e sotto la guida ferrea e marziale della madre Cissy, corista per gente come Elvis e Aretha che la ha passato tutti i trucchi del bel canto? Perché nessuna delle persone che erano intorno a Whitney, dai fratelli che facevano parte dello staff al padre-manager, ha fatto nulla per convincere la cantante a smettere con le droghe?
Ovviamente a Macdonald non interessa il gossip da tabloid quanto tra le righe smascherare una sorta di sistema organizzato e intrecciato tra famiglia, amicizie e business che si è arricchito per decenni sfruttando l’esplosivo talento di Houston e il relativo impero, mantenendone lo stile di vita tossico finché portava profitti e dischi di platino.

E’ vero che, baciando Kevin Costner nel finale di Guardia del corpo prima di salire su di un aereo, Whitney ha sostanzialmente costretto una superstar bianca a farle da spalla nel suo film d’amore, al contempo assumendo una posizione di rilievo prerogativa sino ad allora unicamente delle dive bianche della Hollywood classica, ma al contempo è proprio la Star Spangled Banner cantata al Superbowl del 1991 (“il mio singolo di Houston preferito” dice uno dei fan intervistati) a fungere negli stessi anni da inno souleggiante della Guerra del Golfo degli USA. Macdonald supplisce alla presenza molto ristretta di musica, video o esecuzioni live della cantante con una sorta di zapping tra il materiale houstoniano e l’immaginario catodico di quello stesso decennio, tra le pubblicità dei fast food e i presidenti che si susseguono, tra Clinton e Bush. Ma soprattutto, sembra davvero voler trattare gli intervistati da potenziali sospetti: chi ha ammazzato davvero Whitney Houson, morta a 48 anni di collasso cordiaco a causa dell’abuso di droghe annegando nella sua vasca da bagno?

Una lezione da far studiare a tutti gli aspiranti documentaristi o intervistatori d’inchiesta, la maniera in cui Macdonald porta avanti ad esempio il suo confronto incalzante con il “cattivo” di questo noir, Bobby Brown, che non vuole rispondere alle domande che riguardano Whitney e la droga, e la struttura a climax sorprendente con cui il regista svela nel finale la sua personale risoluzione del caso: l’inquietudine e la mania autodistruttiva della popstar sono figlie di una molestia sessuale subita durante l’infanzia, da parte di una donna adulta (da qui l’irrequietezza sessuale di Whitney, confermata dalle amiche intervistate), e più precisamente da parte della cugina Dee Dee Warwick, reginetta del soul e sorella di Dionne (è per questo che Houston preferiva portare con sé in tour l’inquieta figlioletta, poi suicida, invece di lasciarla a casa dove non avrebbe potuto proteggerla, come accaduto a lei). E’ il vero scoop del film di Macdonald, rivelato qui a Cannes e subito rimbalzato dalla Croisette alle agenzie di stampa internazionali. Che il fascicolo si sia allora riaperto?

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