Alan Wake 2 tra le polemiche

Il secondo capitolo della saga accusato da alcune community di fan di vecchia data di essere woke, se non addirittura parte di un “complotto” del politically correct

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Dal 27 ottobre è disponibile per tutti gli appassionati di videogiochi Alan Wake 2, attesissimo survival-horror, arrivato a 13 anni di distanza dal primo capitolo. Nonostante le ottime recensioni ricevute, con molti tra i critici che lo definiscono persino migliore del proprio predecessore, il videogioco è però, come spesso accade negli ultimi tempi, bersaglio di una piccola, ma rumorosa e fastidiosa, minoranza del web che grida allo scandalo contro gli sviluppatori del gioco, arrivando persino a storpiarne il titolo in Alan Woke. Si tratta di voci che da qualche anno invocano un presunto complotto portato avanti da un sistema videoludico sempre più politically correct con una specifica agenda woke, assimilabile per certi versi alla propaganda gender che combattono gli orbaniani o i trumpisti.

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Woke è un termine usato per rivendicare la presa di coscienza di qualche disuguaglianza da chi decide di scendere in campo in difesa delle minoranze discriminate. Sul web (o forse sarebbe meglio dire su specifici social e forum) tuttavia ha assunto una connotazione dispregiativa, utilizzata per insultare chi muove le fila del complotto di cui sopra.

Nel caso di Alan Wake 2, le critiche sono mosse nei confronti della scelta di inserire un secondo protagonista che i videogiocatori si troveranno a impersonare durante le proprie avventure davanti allo schermo. Oltre ad Alan Wake, da questo secondo capitolo entra in scena infatti Saga Anderson. Se già, come può intuire chi conosce le più estreme e feroci community di “puristi”, viene ritenuta inaccettabile la possibilità di prevedere un protagonista diverso da quello che dà il titolo al gioco, ancor più gravi sono l’etnia e il genere di tale personaggio. Saga Anderson è infatti una donna afroamericana.

Alan Wake 2

Ad essere realistici si tratta di una scelta di buonsenso da parte di un mondo che, dopo varie accuse di misoginia – basti citare i casi di Brianna Wu o Zoë Quinn, o ancora le polemiche che seguirono l’ingresso di Alanah Pearce nel team creativo di Sony – ha cercato di cambiare il passo, introducendo spesso anche la figura del sensitivity reader (editori addetti a controllare che la rappresentazione di una minoranza non sia basata su pregiudizi). Sui forum impazza invece la protesta di chi ritiene il tutto parte di un più vasto piano che mira alla sostituzione etnica (si pensi alle polemichette sul blackwashing) o alla sparizione del maschio (becere espressioni sempre più in uso), piano che sarebbe portato avanti in segreto da sviluppatori quali, in questo caso, Remedy Entertainment o Sweet Baby. Da anni c’è chi si lamenta del progressivo aumento di protagoniste in titoli ambientati in contesti maschili e virili, ritenendo come irrealistico che una donna possa appartenervi e svilente che un uomo sia costretto ad impersonarla. In molti addirittura sentono la necessità di boicottare il titolo che, per le ragioni esposte, sarebbe diseducativo per le nuove generazioni, volendo quindi evitare di esporle al presunto pericolo di lavaggio mentale. Neanche a dirlo, il successo del videogioco non ne ha risentito minimamente.

In un mondo che sembra stia iniziando ad interrogarsi su tematiche relative alle discriminazioni e alle disuguaglianze legate alla rappresentazione delle minoranze nei media, è facile prevedere le resistenze al cambiamento, la polvere alzata dallo scatenarsi dei reazionari, che non vedono l’ora di dar adito alle proprie stravaganti idee. Per anni il mondo dei videogiochi è stato considerato come uno di quelli più restii al cambiamento, una sorta di dinosauro in un mondo che andava in un’altra direzione. Se finalmente la Sirenetta può essere nera (nel remake di Robert Marshall è interpretata da Halle Bailey), Doctor Who queer (nella sua ultima versione, la 15ª versione il dottore è Ncuti Gatwa) e l’eroina dell’ultimo film Marvel pakistana (Iman Vellani in The Marvels), in un cambiamento ancora forse troppo di facciata e poco sostanziale (ma quantomeno buono come primo passo), forse è l’ora per i più sedicenti puristi tra i videogiocatori di accettare la piega woke che tanto odiano oppure continuare a giocare ai loro giochi preferiti del passato.

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    3 commenti

    • C’è però un piccolo dettaglio che è sfuggito all’autore dell’articolo: in un video di Quantum Break in cui appariva Saga Anderson col suo collega Alex Casey, questa era di etnia nordica, bionda per intenderci. Identità confermata dallo stesso Sam Lake in un post su Twitter. Da qui credo siano partite le accuse di woke, cancel culture e amenità del genere. Ora, io sono strafelice del personaggio di Saga in AW2 perché è davvero ben fatto. È altrettanto verosimile però che la trasformazione da quel video del 2016 all’attuale abbia un po’ alimentato il fervore razzista dei complottari e in questo Remedy ha un po’ toppato in comunicazione.

    • woke o non woke è stato un flop di vendite