#Berlinale68 – Minatomachi (Inland Sea), di Kazuhiro Soda

“Niente ricerche; nessun incontro con i protagonisti del film prima di iniziare a girare; non scrivere soggetti o trattamenti; manovrare da soli la videocamera; registrare più a lungo possibile senza stacchi o interruzioni; coprire contesti circoscritti e in profondità; non stabilire temi e obiettivi prima dell’inizio del montaggio; nessuna voce narrante, titoli in sovrimpressione, musica; usare piani lunghi; autofinanziare la produzione”.

Ancora una volta Kazuhiro Soda segue le regole stringenti del suo decalogo per observational films. E, pur accompagnato dalla moglie Kiyoko Kashiwagi che “regge il gioco” in qualità di produttrice, fa tutto da solo, sceglie, segue, riprende, registra il suono, monta. Alla ricerca di una purezza dello sguardo e di un’adesione fedele a ciò che l’obiettivo inquadra e mostra. Dalle campagne elettorali al teatro di Oriza Hirata, dalla situazione dei disabili e dei pazienti psichiatrici a quella dei pescatori delle ostriche, il metodo non cambia. La descrizione di un contesto circoscritto, una lunga raccolta di materiali, ore e ore di ripresa, la rinuncia all’imposizione di uno stile “pulito”, di un controllo formale che vizierebbe l’osservazione, attenzione per il dettaglio e una disponibilità all’ascolto che diventa immediatamente una sfida alle ripetizioni, alla monotonia dei tempi morti, agli smarrimenti e alle sfocature.

Tracce di Wiseman, molto probabilmente, quanto meno nell’esigenza di far emergere un discorso a partire dall’evidenza delle strutture, dalla loro capacità di raccontarsi da sé. Eppure qui, in questo Observational Film #7, Soda sembra parlare in prima persona. Forse come non mai prima d’ora, svela e mette in gioco la sua necessaria onnipresenza. A partire da quella prima scena, con la macchina a mano che si avvicina ai due vecchi sulla banchina del porto di Ushimado, mentre la donna si rivolge direttamente al regista, smontando da subito ogni filtro, ogni possibilità di distacco. Come a dire che, a dispetto di ogni intenzione o pregiudizio, questo documentario è sempre una soggettiva, nel senso più pieno del termine, la traiettoria di uno sguardo personale. La realtà va inseguita. E così Soda insegue, si perde tra i vari personaggi secondo l’occasione del momento, lo slancio di un’intuizione: il vecchio Wai-Chan, che con i suoi 86 anni continua a uscire in barca giorno e notte per pescare, la signora Koso, proprietaria della pescheria che fa il giro delle case, un gatto randagio, la signora che cura il vecchio cimitero in collina… Un mondo in via di abbandono, un villaggio di pescatori senza più reti. E la durezza delle vite semplici.

inland-sea2Ma i personaggi non vogliono essere solo “raccontati”, chiamano in causa Soda, lo interrogano, ne esigono la presenza, sin quasi a capovolgere i “rapporti di forza” tra chi sta dietro e chi davanti l’obiettivo. Proprio quella donna dell’inizio, l’anziana Komiyama, a cui tra l’altro il film è dedicato (è scomparsa nel 2015, le riprese risalgono al 2014, a dimostrazione dei lunghi tempi di gestazione di questo cinema…), non fa che dare indicazioni di regia “riprendi il Bodhisattva, riprendi l’ospedale, andiamo al caffè…”. E smonta così lo statuto autoriale, ogni pretesa di controllo della forma, di onnipotenza dello sguardo, trasformando la soggettiva in una semplice, purissima disposizione, in un gesto di attenzione, gentilezza, affetto. Apertura del diaframma. L’inquadratura diventa infinitamente permeabile, la si attraversa da ogni lato, rimane indifesa rispetto alle invasioni di campo, a ogni intrusione imprevista, benché silenziosa, in punta di piedi. Del resto è solo un documentario, come tutti ripetono più volte agli sguardi incuriositi dei passanti. E perciò il film, il testo, si smargina, scivola in quella perenne oscillazione tra la sfocatura e la chiarezza. Come se l’occhio non potesse mai vedere tutto, vedere bene. Soda, più che costruire racconti, tesse rapporti, e denuda la fragilità nostalgica del suo sguardo ormai newyorchese, di un altro pianeta. Ed ecco quel bianco e nero, che sembra quasi perdersi nelle incertezze della messa a fuoco. Alla fine è il tempo degli addii, dei ringraziamenti, delle promesse che forse non si potranno mantenere. Vedremo il film tutti insieme, perché il cinema si fa con la gente, per la gente. Ma è pur sempre un passaggio, come ogni incontro. Solo una parentesi nel fluire del tempo. L’immagine è di nuovo a calori. Ma sono andati tutti via. Magnifico.