BLOG Sensibilia – Manganelli e utopie. Appunti per una ri-lettura del cinema italiano (di “genere”)

Dal n.5 del cartaceo, l’arrivo del canale Cine34 dedicato al cinema italiano è lo spunto per ragionare sul poliziottesco, genere nato e morto negli anni ’70 dalle ceneri dell’utopismo sessantottino.

L’arrivo, col nuovo anno, sulla piattaforma del digitale terrestre del canale Cine34 interamente dedicato al cinema italiano – con un’occhiata particolare alle pellicole di “genere”… – cavalca il successo crescente che le nostre produzioni Anni ’70 continuano a suscitare un po’ ovunque. Passata l’onda di entusiasmo sollevata dalle manie citazioniste di autori d’oltreoceano, oggi le percezioni lasciate da molte di queste opere assomigliano sempre più a tracce audio-visive dove risuonano voci e grida di un’epoca dimenticata ma non troppo lontana; quasi un archivio pieno zeppo di storie segrete e mai raccontate di un’Italia, così lontana cronologicamente eppure così vicina politicamente al nostro presente, che è stata colpevolmente rimossa dall’ immaginario cinematografico.

Sparatorie e rapine, inseguimenti stradali e violenza pulp: se volessimo indicare la cifra stilistica, ma soprattutto politica, del cinema italiano degli Anni ’70, dovremmo necessariamente varcare le soglie di un genere come il poliziesco all’italiana o “poliziottesco”. Nato dalle ceneri del ’68 e della contestazione giovanile come costola o sottogenere dello spaghetti western e del poliziesco americano in stile Callaghan o Serpico, il poliziottesco si è affermato nel giro di pochi anni come il filone cinematografico più apprezzato dal pubblico italiano, per poi letteralmente scomparire verso la fine degli Anni ’70. Lungo l’arco di questa parabola non possiamo dimenticare i volti di Tomas Milian, Franco Nero e Maurizio Merli, solo per citarne alcuni, i capolavori di Fernando Di Leo, le sequenze adrenaliniche di registi come Umberto Lenzi e Stelvio Massi, le folkloristiche e spietate bande di criminali ed i commissari dai look sessantottini ma dal pugno e dal grilletto facile.

Eppure, queste pellicole non rappresentano solo digressioni cinefile per fanzinari o lettori di riviste specialistiche, ma preziosi reperti sociologici ed antropologici per ricostruire un’Italia sospesa fra i timori della rivoluzione sessantottina e l’epilogo violento degli anni del terrorismo. Attraversare queste inquadrature significa aprire un orizzonte inedito e archeologico sulle metamorfosi delle grandi città italiane – non a caso quasi tutti i poliziotteschi hanno nel titolo il riferimento ad una metropoli (da Milano a Roma, passando per Torino, Genova e Napoli…) – per comprendere la genesi delle periferie dimenticate dal boom economico degli Anni ‘60, la nascita dei meccanismi di esclusione delle società postmoderne, i rigurgiti di una violenza che esplode improvvisa dalle viscere di una comunità fino ad ora bonariamente rappresentata solo dalla commedia all’italiana. Basta lasciar correre lo sguardo verso i margini della cornice dello schermo per scorgere, magari “dietro” ad un serrato inseguimento automobilistico, i cartelloni pubblicitari di un’Italia economica e piccolo borghese sull’orlo del collasso; per addentrarsi fra le vie dei primi quartieri-dormitorio delle grandi metropoli, rigorosamente “censurati “ dal cinema d’autore e dai telegiornali “catto-comunisti” di quegli anni; o, ancora, per visionare squarci “popolari” delle zone portuali di Napoli e Genova o delle neonate vie dello spaccio a Roma e Milano che farebbero impallidire molto cinema “neo-realista”.

Lontano dal fuoco della macchina da presa e tra le pieghe di sceneggiature intrise di umori reazionari ed anarchici, si respira un clima di sfiducia istituzionale, il desiderio di identificazione con un eroe al dl là del bene e del male che assorbe e riflette un sentimento antigiuridico ed antipolitico profondamente radicato nell’Italia di quegli anni – e non solo, verrebbe da dire…

Sullo sfondo il grande schermo come spazio di distruzione delle utopie sessantottine e creazione di una spettacolare macchina della paura sociale in grado di attingere e deformare i grandi fatti di cronaca dell’epoca per alimentare insicurezza ed odio istituzionale. Un’operazione che finisce per capovolgere completamente l’istanza libertaria che ispira, ad esempio, lo spaghetti western o, seppur in senso nichilista e sartriano, il polar o poliziesco francese, sfociando nella deriva, questa volta reale, degli anni di piombo. Quasi una catarsi, un corto-circuito tra vita e schermo, dove la tragedia dell’attualità supera e consegna definitivamente agli archivi della Storia l’esperienza di un popolarissimo genere cinematografico che, forse oggi, potrà finalmente essere ri-guardato sul piccolo schermo con occhi profondamente diversi.

Articolo pubblicato originariamente su Sentieri Selvaggi 21st n.5.