Broker, di Hirokazu Kore-eda

La sortita coreana di Kore-eda sembra, in parte, aver smarrito la purezza. Ma resta la meraviglia di quei momenti in cui l’emozione sorge spontanea dalle immagini. In concorso a #Cannes2022

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Dopo l’esperimento de La verità, Kore-eda prosegue nel tentativo di trapiantare il cuore profondo della sua poetica nel corpo di un’altra realtà produttiva. Lì si trattava della Francia, con l’influsso intellettuale del suo cinema più parlato. Qui il confronto è con la Corea del Sud. Cioè con l’industria cinematografia orientale più da esportazione, più in linea, oggi, con le richieste del mercato internazionale. In cui hanno un peso determinante i virtuosismi degli sviluppi narrativi, l’intreccio delle linee d’azione, la contaminazione dei generi. Ed è, probabilmente, una realtà ancor più lontana dal “classico” cinema di Kore-eda, capace di arrivare alla purezza cristallina di uno stile in sottrazione, in cui l’essenzialità della forma coincide con la profondità dello sguardo. Un cinema di equilibri sottili che nascondono emozioni devastanti, in cui il racconto non è mai questione di svolgimento di una trama, quanto di individuazione di quel momento mimino che incide l’anima nella ripetizione del ritmo quotidiano. Dove si riconosce sì il segno di Ozu, ma ancor più la sensibilità di un mondo e di un modo di guardare alla vita.

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Allora è evidente che Broker debba pagare in qualche modo un prezzo, a partire innanzitutto dal racconto, con tutte le complicazioni del caso. La storia inizia con l’abbandono di un neonato in un baby box, uno di quei punti di accoglienza e soccorso spuntati a Seoul negli ultimi anni, soprattutto per iniziativa della Chiesa. E da lì prende il via tutta una vicenda di compravendita di bambini e vite disperate, di falliti dal cuore d’oro, di polizia, malavita e quant’altro. In cui, certo, riconosci i riferimenti a certe storie ormai classiche, da In nome di Dio di Ford a Tokyo Godfathers, segni di quella cinefilia di Kore-eda mai esibita, eppur sempre presente. Ma anche il compromesso di un adeguarsi a un altro contesto produttivo e un altro star system. Con l’obbligo, quindi, di dare il giusto peso alla presenza di Song Kang-ho di Parasite e Bae Doo-na di Cloud Atlas e Sense8, volti che già di per sé rimandano a un immaginario consolidato.

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Così Broker sembra aver smarrito la purezza, per svilupparsi in una serie di superfetazioni, deviazioni, sovrastrutture. In una dinamica che potrebbe sembrare più “accattivante”. Ma che lascia emergere anche la dimensione più ombrosa e problematica della visione di Kore-eda. Una sorta di pessimismo di fondo, a cui si tenta di trovare un antidoto nel cuore segreto delle relazioni. Un nuovo equilibrio. Nelle possibilità di una famiglia allargata, lontana da quella tradizionale, fondata più sulle ragioni profonde delle sensibilità che sul sangue, più sul desiderio e il bisogno di trovare una comunione alternativa che sulle differenze generazionali. E, qui, in questa dimensione Kore-eda riesce sempre quei momenti inarrivabili, struggenti, in cui l’emozione sorge spontanea dalle immagini. Senza forzature, senza retorica. Come la straordinaria scena sulla ruota panoramica. Sono quei momenti che solo i giganti sanno toccare con tanta semplicità. E in cui, una volta di più, avverti tutta la tua impotenza, l’inutilità di ogni discorso critico, l’impossibilità della parola a restituire solo una minima scintilla dell’energia che smuove l’anima. In cui l’immagine ti parla con la stessa evidenza della vita.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
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Il voto dei lettori
3.11 (9 voti)
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