Cantando sotto la pioggia, di Stanley Donen e Gene Kelly

Forse il musical per eccellenza, sicuramente il punto di arrivo più spettacolare di una lunga tradizione. E Kelly che canta e balla sotto la pioggia è immortale. Oggi, ore 15.05, Iris

Quando Hollywood riflette su sé stessa c’è uno scollamento tra l’immagine patinata da copertina e la realtà raccontata, che spesso viene trattata con ironia nonostante i toni possano essere anche drammaticamente monumentali. Ed è una coincidenza, almeno non ci sembra più di questo, il fatto che solo due anni prima, nel 1950, Wilder abbia rievocato i fasti del cinema muto e le conseguenze del passaggio al sonoro con un cinismo che alleviava un senso di tragica decadenza. Perché Cantando sotto la pioggia nasce essenzialmente come forma di rimpasto di una tradizione, il musical, che aveva pronunciato le prime parole in concomitanza di questa svolta epocale nel linguaggio cinematografico e che attraversava adesso un momento d’oro di creatività.

Non è un caso, invece, l’idea degli sceneggiatori Betty Comden e Adolph Green di ambientare la storia nel 1927: alla base di tutto ci sono infatti i brani composti in quegli anni da Arthur Freed e Nacio Herb Brown che erano stati utilizzati dalla MGM per i suoi film. Proprio intorno al nome leggendario di Freed, che diviene presto uno dei maggiori produttori della compagnia, vanno ricercati il successo e l’innovazione del genere stesso: Il mago di Oz, di cui fu produttore associato, forse non esisterebbe senza la sua ostinazione; fu inoltre tra i primi, insieme a Disney, a rendere i numeri musicali parte integrante della trama nell’ottica di una narrazione fluida. In realtà con il pioniere dell’animazione e visionario, Freed condivide qualcosa di più importante, ovvero il sapersi circondare di una squadra di fidati collaboratori che, per quel che lo riguarda, erano stati scritturati dall’ambiente musicale: come Vincente Minnelli, conosciuto a Broadway; Roger Edens e Charles Walters, coreografo e poi regista; Robert Alton, cui spetta il merito tra le altre cose di aver scoperto Gene Kelly; Kay Thompson, che ha allenato la voce di tanti divi.

Sarebbe insomma difficile attribuire un merito inequivocabile a un genere basato su un’autorialità composita. Cantando sotto la pioggia ha il punto di vista di un regista, Donen, che è prima di tutto un ballerino e coreografo, e che sapeva qual era il modo migliore di riprendere i movimenti di danza; Kelly, dal suo canto, porta avanti un discorso sulla rappresentazione che in questi film è molto articolata, finanche sofisticata, arrivando a toccare punte di cinema totale, sintesi felice cioè delle diverse espressioni artistiche. Il balletto che fa con Leslie Caron in Un americano a Parigi – una sequenza di 17 minuti non parlata, contaminata dallo stile pittorico di impressionisti e altri artisti, e dal jazz di Gershwin – è probabilmente l’esempio più straordinario di questa ricerca e audacia. Elementi che si ripetono con intensità soffusa in Cantando e che tanto devono allo sguardo soverchiante dei due arcieri del cinema: il primo piano di Debbie Reynolds in You Were Meant for Me, con la fotografia di Harold Rosson, è così vicino ai primi piani di Kim Hunter in Scala al paradiso, con le cromie rossastre di Cardiff; il balletto di Kelly con Cyd Charisse è una favola d’amore senza tempo, un fluttuare e volteggiare di corpi e veli in una landa eterea infinita – “un cielo in una stanza” scriveva Emiliani – dove l’arte è la vita che accade (“Perché vuole ballare?”, chiedono a Vicky che risponde: “Perché lei vuole vivere?”).

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Certo, vien meno l’estremizzazione, il gusto per il barocco, lo sconquassamento dei sensi tipici delle immagini di Powell e Pressburger; Cantando resta fedele al suo ottimismo, alla capacità di risollevarsi e reinventarsi trasformando un fiasco in un successo. Good Morning e Singin’ in the Rain son questo, un attendere l’arcobaleno dopo la tempesta; e Kelly che canta e balla sotto la pioggia è immortale, “una delle più belle cose mai create da un americano”, dice Dafoe a Keitel accennando qualche passo; è come Marilyn e i suoi diamanti, aggiungiamo noi. Personalmente, però, non si fa mistero di una predilezione per i comprimari: l’esibizione di Jane Russell in tribunale è un tripudio di ironia e sensualità; allo stesso modo Make ‘Em Laugh rivela come un fiume in piena il talento di Donald O’Connor: l’attore ha una mimica facciale da circense, tempi comici che sembrano presi in prestito dal muto e un corpo dinoccolato in grado di estendere il movimento all’incredibile, a una soavità che bilancia la fisicità più massiccia di Kelly.

Anche Truffaut e Resnais furono affascinati dal film. Oltre ai numeri musicali, Cantando è una commedia brillante che, come scrivevamo in apertura, sa prendersi in giro mettendo in scena una serie di situazioni e aneddoti reali di quel periodo, magari esagerando un po’: abbiamo la Monumental Pictures e il suo produttore condiscendente, che è una caricatura di Freed; Kathy che commenta i film di Lockwood con un sufficiente “visto uno, si sono visti tutti”; e dulcis in fundo i momenti con Jean Hagen, qui diva dallo scarso talento e dalla voce sgradevole – la lezione di dizione è semplicemente esilarante. L’attrice ricevette una nomination agli Oscar, alla quale se ne aggiunse solo un’altra, quella per la miglior colonna sonora – l’anno precedente Un americano a Parigi aveva fatto incetta di premi. Cantando li avrebbe meritati entrambi, e anche qualcosa di più.

 

Titolo originale: Singin’ in the Rain
Regia: Stanley Donen e Gene Kelly
Interpreti: Gene Kelly, Debbie Reynolds, Donald O’Connor, Cyd Charisse, Jean Hagen
Durata: 103’
Origine: USA, 1952
Genere: musical, commedia

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5
Sending
Il voto dei lettori
4.6 (5 voti)
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