Caterina Caselli. Una vita, cento vite, di Renato De Maria

Si presenta come un documentario istituzionale, invece è un personalissimo amarcord, un viaggio nel tempo dove emergono tutte le molteplici personalità dell’artista

Caterina Caselli è seduta in una poltrona. Apparentemente ripercorre le tappe della sua vita come in un doc classico ricostruendo attraverso le sue parole nel presente le proprie immagini del passato. Tutto è nitido, non c’è il tempo passato. L’abilità del bel documentario firmato da Renato De Maria è proprio quello di aver lasciato il volante della guida alla protagonista. Riparte un film, che è quello della sua vita. L’infanzia povera, la casa dove ha vissuto fino a quando aveva 10 anni. Poi i primissimi legami con la musica; Caselli infatti inventava le filastrocche mentre andava a scuola. Poi l’Orchestra Callegari, Roma, l’incontro con Ladislao Sugar presidente della CGD con la sua frase che ha qualcosa di profetico: “Sentendo lei, mi è sembrato che tutto il resto fosse vecchio”.

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Primo punto. Dall’archivio emerge una forza prorompente dal corpo di Caterina Caselli. Non solo per come balla e come canta ma anche per come si muove con quel modo tutto suo mentre accompagna il brano. Poi le sue canzoni. Nessuno mi può giudicare e Perdono oggi sono ancora modernissime e di entrambi i brani sono stati gurati due musicarelli, diretti entrambi da Ettore Maria Fizzarotti. Il primo, costato circa 80 milioni, ha incassato oltre un miliardo.

Secondo punto. Passato, presente, futuro. Viaggia nel tempo Caterina Caselli. Una vita, cento vite. C’è la corsa sfrenata degli anni ’60, poi il rallentamento e il conseguente il ritiro dalla canzone dopo il matrimonio con il figlio di Sugar, Piero, da cui ha avuto il figlio Filippo. Ma già da lì emerge l’altra vita, quello della scopritrice di talenti. Nel programma Rai Diamoci del tu, trasmesso sul secondo canale e condotto insieme a Giorgio Gaber, compaiono già i giovanissimi Franco Battiato e Francesco Guccini. Poi Paolo Conte, Pierangelo Bertoli, Giuni Russo col tormentone Un’estate al mare, il trio Morandi-Tozzi-Ruggeri che con Si può dare di più ha vinto Sanremo nel 1987. E ancora. Un’estate italiana del duo Giannini-Bennato per i Mondiali di calcio del 1990, Andrea Bocelli, i Negramaro, Elisa-Ennio Morricone con il brano Ancora qui che nasce per la colonna sonora di Django Unchained di Tarantino.

Terzo punto. Il caso, il destino. Nessuno mi può giudicare era stata scritta per Adriano Celentano che però lo scarta per presentarsi a Sanremo con Il ragazzo della via Gluck. E poco prima c’era stato il cambio del look, i celebri capelli biondi a caschetto, “casco d’oro”, ispirato proprio al grandissimo film di Jacques Becker.

Caselli entra nella propria macchina del tempo e, raccontando la sua storia, ripercorre anche uno spaccato della storia della musica italiana parlando anche la crisi con l’avvento delle radio libere. Tutto è guardato attraverso i suoi occhi. Per questo i momenti più statici sono i dialoghi nel presente con Francesco Guccini, Paolo Conte e il produttore discografico Stefano Senardi.

È un racconto in prima persona al 90%. E si mette in gioco. La commozione quando rievoca la morte di Tenco, il racconto ancora nitidissimo della scomparsa del padre e poi quello più recente di Morricone. Lacrime autentiche da un documentario apparentemente classico e istituzionale, in realtà un amarcord dove le ‘cento vite’ di Caterina Caselli interagiscono ancora tutte insieme. Il tempo lega tutto. Come una delle sue canzoni più belle. Cento giorni/cento ore/o forse cento minuti mi darai/una vita, cento vite/la mia vita in cambio avrai.

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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