Chime, di Kiyoshi Kurosawa

Un saggio teorico sul J-Horror, un trattato su come narrare, pensare e concepire cinema orrorifico nel 2024. Recuperiamo il corto di Kurosawa presentato alla Berlinale lo scorso febbraio

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L’orrore, nel cinema di Kiyoshi Kurosawa, proviene sempre dal fuori campo: è da lì che si generano i fantasmi del racconto (e del personaggio) ed è a partire da una realtà invisibile, inenarrabile, priva di una forma veramente tangibile, che il cineasta nipponico codifica le strategie (estetiche, narrative, tematiche) dei suoi film: proprio perché le angosce della modernità, partorite agli estremi limiti dell’immagine, nascono dal cuore stesso della società giapponese. E in quanto tali, sono sempre suscettibili di invadere il quadro, con il mondo (diegetico) dei protagonisti che viene completamente obliterato, sconvolto e rimodulato dalle crisi (extradiegetiche) della nazione in cui sono calati. Perché ogni elemento di una narrazione, ogni istanza che vediamo prendere forma nell’intreccio, denota, agli occhi del maestro, una connessione sociologica con le storture di un paese fragile, costantemente prono ad implodere su sé stesso, e i cui disagi collettivi inondano, distruggendolo, lo spazio filmato: compromesso dall’avvento di un fantasma (cioè il “rimosso” freudiano dell’individuo) o, come nel caso di Chime, dei suoni disturbanti della modernità.

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Da qualunque prospettiva lo si approcci, il mediometraggio si configura come un saggio sul J-Horror, e in particolare quale un trattato teorico sull’interpretazione che Kiyoshi Kurosawa ha storicamente offerto dei linguaggi che connotano il genere. Prodotto per il lancio di Roadstead, una piattaforma DVT che vende digitalmente ai consumatori dei contenuti streaming permettendo loro di ri-affittarli a terzi come se fossero dei testi fisici, Chime appare, a ragion di logica, il catalizzatore di tutte le declinazioni orrorifiche del cinema del regista. E il motivo lo individuiamo sì nella presenza di mondi soffocanti, che ingabbiano – e poi ridestano – l’individuo nel confronto diabolico-purificatorio con i disagi della contemporaneità nipponica: ma soprattutto nella radicalità con cui ri-connette le trasformazioni di cui si è innervata nelle decadi la sua poetica, all’insegna di quella marca linguistica a cui Kurosawa ha affidato, sin dagli albori della sua carriera, il compito di traghettare la realtà nel campo dell’allegoria: ovvero il sonoro, inteso in tutte le sue declinazioni infernali.

In continuità con i classici volti kurosawaiani, il protagonista di Chime è proiettato, all’inizio del racconto, in un mondo allegorico, dove il confine tra interiorità (cioè le crisi individuali dell’animo umano) ed esteriorità (ovvero i disagi collettivi della nazione) non è solo labile, ma viene progressivamente compromesso con l’avanzare, inarrestabile, dell’Apocalisse terrena. Ad un primo sguardo Yoshioka – stesso nome, guarda caso, del personaggio interpretato da Kōji Yakusho in Retribution – vive in una condizione di apparente equilibrio: insegna cucina francese in una classe di cuochi amatoriali, e il suo nucleo familiare riflette la classica immagine della famiglia tradizionale nipponica già vista in Tokyo Sonata. Nulla, nella sua vita, sembra perciò accadere al di fuori dell’ordinario, ma proprio come nelle narrazioni appena citate, questa insoddisfazione/alienazione di fondo che si porta dietro viene attivata, eviscerandola all’esterno, da un suono inintelligibile che sembra provenire dallo spazio del fuori campo: equiparabile ad una perturbante “scheggia” sonora che immetterà la realtà (interiore) dell’individuo, ed (esteriore) del mondo sul sentiero di un’inarrestabile disintegrazione psico-fisica, culminata in gesti di violenza incontrollabili – ed inesorabilmente inspiegabili.

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Alla pari di opere come Séance (2000) Kairo e Doppelgänger, Kurosawa rifrange qui tutte le questioni sociologiche e linguistiche del suo cinema, a partire dall’uso, in funzione orrorifica, del sound design. Non è un caso, infatti, che il cineasta si serva, anche in Chime, di droni sonori privi di sorgenti identificabili e di effetti non-lineari percepiti dallo spettatore/uditore come dissonanti, tanto per propagare una vera e propria estetica del disagio, quanto per interrogare l’inarrestabile avanzata dell’alienazione urbana. E se nella fugace scena del fantasma ritornano brevemente quelle sonorità elettromeccaniche (a bassa frequenza e di derivazione tecnologica) con cui Kurosawa ha storicamente codificato, in termini infernali, il rumore della modernità, il motivo è da individuare nella configurazione “teorica” del racconto: che vuole omaggiare le evoluzioni a cui è andato incontro il suo cinema a partire da Real (2013) per poi adattarle alla sfera socio-politica del 2024. Fino a comporre un trattato su come realizzare, al giorno d’oggi, un’opera che ricombini ciò che sappiamo sull’horror e sui suoi linguaggi, e che indichi nel contempo le vie future del genere.

Quel che allora restituisce a Chime una valenza così radicale è la trasparenza con cui il mediometraggio rielabora, con una lucidità impressionante, le logiche della più importante poetica horror delle ultime decadi insieme a quella cronenberghiana e tsukamotiana. Il cinema di Kurosawa, se ci pensiamo, ha sempre tratto le sue istanze dall’osservazione della società circostante, e più il Giappone si è allontanato dalle crisi del periodo post-bolla, più il regista nipponico ha cambiato le connotazioni atmosferiche dei suoi lungometraggi, in concomitanza con le trasformazioni della nazione. E dal momento che l’Apocalisse della Lost Decade (1991-2001) è caduta, con il passaggio del tempo, nell’oblio della Storia, ecco che i mondi diegetici di film come Seventh Code, Creepy e To the Ends of the Earth, sono dovuti diventare meno infernali e perturbanti di quelli di Cure (1997) License to Live (1998) o Charisma (1999), senza però smettere di “implodere”. Un andamento, che da qualunque prospettiva lo si guardi, trova in Chime la sua destinazione e cassa di risonanza definitiva.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.3
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Il voto dei lettori
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