#Locarno72 – To the Ends of the Earth, di Kiyoshi Kurosawa

Kiyoshi Kurosawa nel suo ultimo lavoro Tabi no owari sekai no hajimari esplora il mondo attraverso gli occhi di Yoko (Astuko Maeda, già protagonista di Seventh Code del regista), una giovane reporter giapponese che arriva in Uzbekistan per lavoro, insieme ad una troupe televisiva. Dal momento dell’arrivo nel paese Yoko subisce un continuo processo di perdita, che inizia dal linguaggio verbale, che di fatto non risulta di nessuna utilità, per comprendere progressivamente uno smarrimento spaziale ed infine uno più profondo, che tocca la parte più intima e riguarda la messa in discussione delle scelte che hanno orientato la sua stessa vita ed i suoi sogni per l’avvenire. Una decostruzione che demolisce sicurezze acquisite e paventa il disagio di trovarsi senza una linea telefonica e una rete internet, in balia di gente estranea, guardata con diffidenza come proiezione della propria paura. Kurosawa riesce a creare attorno alla protagonista un incredibile isolamento, nel farla incedere per le strade sconosciute di Samarcanda o di Tashkent o quando asseconda con disgusto e professionale con discendenza le richieste della produzione per lo show. Le mette addosso centinaia di sguardi indignati, incuriositi, indifferenti, sicuramente invadenti, eppure interpretati spesso con la malafede tipica di una coscienza sporca, sorpresa di essere oggetto di premura o soltanto attenzione considerata l’abitudine ad un mondo disinteressato. Un soggetto di sceneggiatura classico, lo straniero che arriva in un villaggio seminando scompiglio, rivisto nei toni utopici del cineasta giapponese.

Il profumo d’antico che si respira dalle immagini, nel ritardo tecnologico, nei modi rozzi e semplici, e un approccio alla vita meno frenetico e più riflessivo, è pieno di miti e leggende che diventano intrattenimento per latitudini invase dalla noia. Di quel pianeta lontano si vede un riflesso nel lago Aydar invaso di rifiuti, anziché di pesci come il Bramur, creatura mitologica che dai racconti orali vive in quelle acque. Ma escludendo i pochi caratteri occidentali resta un’energia, una genuinità, una gentilezza nei modi e non nelle forme, una magia che Yoko comincia a percepire quando inizia a sospettare della realtà ed a confonderla con un sogno, mentre canta all’interno del teatro Navoi, costruito mescolando i canoni di bellezza di molti popoli, confluiti dentro un unico impareggiabile esercizio spirituale. Un edifico che al suo ingresso l’accoglie con i versi di Mimi della Boheme di Puccini, “Sono la sua vicina che la viene fuori d’ora a importunare“.

Nonostante l’apparenza il film di Kurosawa ha molto di fantascientifico, già restando al titolo, To the Ends of the Earth, in questo scivolare verso un universo parallelo, verso un’altra esistenza, attraverso portali affollati di ombre, come un mercato, o i vicoli bui della città sprofondata nella notte, entrambi limiti dell’ignoto. Che all’improvviso emergono sulla spinta di forze sconosciute e diventano quasi un magnete, e là dove prima si vedeva il nulla si scopre un piano alternativo di crescita nascosto ad occhi profani. L’impressione è che l’equilibrio tra il paesaggio rurale fatto di altopiani e praterie montane con gli invasi urbani brulicanti di mercanti, piazzisti, tra artigianato e imprenditoria embrionale, lasci uno spiraglio di un’umanità andata perduta altrove, posti dove la frattura sembra insanabile, causa la perdita, in cambio di effimeri valori, dei confini da valicare per guardare oltre il superfluo. Il messaggio del film lascia intendere un universo sovradimensionale invece quando si tratta di evocare un vuoto, insicuro e pericoloso, nella perdita di distanza necessaria per ritrovare la libertà, una sensazione che nasce dentro un anonimo hotel di un lontano paese alla periferia della terra.