C’mon C’mon, di Mike Mills

RomaFF16 – Mills ritorna ai temi a lui cari e alle sue ossessioni formali per un film che attraversa gli spazi del cinema indie americano regalando a Joaquin Phoenix un ruolo di grande empatia

Dopo la nomination agli Oscar per il precedente 20th Century Women, Mike Mills ritorna per la quarta volta ai temi a lui cari (il lutto, la genitorialità, la difficoltà di affrontare una vita “responsabile”). L’abituale forma “spuria” lega stavolta la narrazione con i podcast di interviste ai bambini registrati dal protagonista, e con gli stralci di libri (saggi o storie per l’infanzia) letti dalla sua voce, i cui titoli vengono indicati da didascalie sullo schermo (non manca una miracolosa attenzione per l’intreccio di voci e suoni con la colonna sonora che qui riserva alcune perle come Do the Ostrich, brano del Lou Reed addirittura pre-Velvet Underground). C’mon C’mon è fasciato in un bianco e nero in 4:3 come si usa adesso, che sembra quasi dire alla corrente generazione indie “è tempo di riportare tutto a casa”. E quindi tre città, Los Angeles, New York, New Orleans, che mappano i tre atti di questa storia di un rapporto tutto da inventare tra lo zio beginner Joaquin Phoenix e il figlio di sua sorella, l’irrequieto pre-adolescente Jesse, costretti a passare del tempo insieme. Le tre metropoli sono però anche tre indicazioni esplicite di tre maniere di declinare il cinema americano.

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Se la California è il teatro del clash sia familiare che generazionale, ospitato nei grandi spazi domestici e disperso tra le passeggiate in spiaggia (“ma non la trovi noiosa tutta questa sabbia, questo sole, questi corpi” chiede il newyorkese Phoenix), la Grande Mela è il luogo in cui affrontare la realtà, spinti dall’incessabile turbinio delle strade in cui perdersi, della gente che riempie i marciapiedi e i locali, del rumore infinito dei treni della metro. Il ricongiungimento con gli altri e con l’accettazione di sé stessi (il piccolo Jesse imparerà finalmente che non c’è nessun problema ad ammettere a noi e a tutti, anche urlandolo, di non stare poi così bene) non può che avvenire in un tempio delle radici e della magia comunitaria com’è New Orleans.
Nel confronto con le sorprendenti performance di Gaby Hoffmann (figlia di Viva, una delle superstar della Factory di Warhol) e del giovane Woody Norman (12 anni ma già veterano delle produzioni tv), Joaquin Phoenix riscopre una sensibilità interpretativa che rimanda apertamente ai suoi ruoli di “mascolinità fragile” per James Gray. L’autore di Thumbsucker ha la capacità di immedesimarsi e farci immedesimare un po’ in ognuna di queste figure, compresa forse anche quella del marito della donna, Paul (Scoot McNairy), dalla labile stabilità emotiva e psicologica.

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Come sempre nelle opere di Mills, anche al netto della contagiosa arruffagine di figure alternative un po’ “lontane” (tutti scrittori, musicisti, autori radiofonici ecc), il film sprigiona un livello di empatia e verità assai profondo. Sia nelle sorprendenti risposte delle decine di bambini intervistati realmente su concetti come il futuro e la comunità, quanto nel rappresentare il fardello del prendersi carico di una giovane vita sulle proprie spalle, sotto il cui peso il protagonista letteralmente ad un certo punto non regge più, e caracolla.
A volte basterebbe essere davvero giusto un po’ più gentili, con i padri e con i figli. Verosimilmente la prima cosa che vi verrà di fare usciti dalla sala è mandare un lungo vocale-confessione come quelli che Phoenix affida al suo inseparabile registratore ogni sera prima di dormire.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.5 (2 voti)
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