#Oscars2017 – 20th Century Women, di Mike Mills

Banale a dirsi, ma se Beginners era il film del padre, 20th Century Women allora non può che essere il film della madre. Sembra infatti impossibile scindere l’opera di Mike Mills (solamente tre lungometraggi in dodici anni, senza contare il suo lavoro come graphic designer e regista di videoclip) dalla componente autobiografica, e quindi dalla vita, da sempre la vera protagonista di questo cinema incredibilmente cristallino e generoso, talmente esplicito nella semplicità attraverso la quale mette in gioco persone e sentimenti che, davvero, è un oggetto unico e prezioso, impossibile da lasciare scappare via.

E se nel film del 2010 la (vera) storia del tardivo coming out del padre, della sua malattia e della morte era sostanzialmente il punto di partenza per raccontare un’apertura nuova nei confronti del mondo, un’accettazione di se stessi e di quel cambiamento – doloroso e necessario – che può essere affrontato solamente attraverso la consapevolezza di ciò che è stato e di tutta la vita che è venuta prima di noi, oggi 20th Century Women guarda alla struttura del coming of age ma non si lascia imbrigliare dalla struttura rigida e soffocante del genere. Piuttosto, allarga lo sguardo e gli orizzonti dei suoi personaggi (anche letteralmente: il volo in aeroplano della sequenza finale), li disperde nel susseguirsi delle generazioni e dei decenni, accenna una pluralità di voci sempre sul punto di trasformarsi in dimensione corale ma che, alla fine, si riassume compiutamente in un passaggio di testimone da madre a figlio.

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Perché tutto il cinema di Mills è innanzitutto la storia dell’accettazione di un’eredità, una questione di legami di sangue e di vincoli familiari in grado di superare il concetto di passato (e di Storia, e di tutte le storie, anche le nostre) inteso come 2gabbia e prigione, per attribuirgli finalmente e coraggiosamente quella funzione di luogo della memoria dal quale ripartire per costruire un presente e un futuro. Non senza fatica, non senza dolore e certamente non senza lacrime.

Le voci fuori campo si sovrappongono e oltrepassano i limiti fisici del racconto, cristallizzando i suoi protagonisti in un’epoca di grandi sogni e aspettative (Black Flag vs. Talking Heads, il discorso di Jimmy Carter in televisione) ma lasciandoli liberi di vivere prima e dopo, raccontandone l’infanzia e la vita adulta, la giovinezza e la morte: come la vera madre di Mills, anche Dorothea Fields (una monumentale Annette Bening) morirà di tumore nel 1999, ma adesso siamo nella Santa Barbara degli anni Settanta e “they don’t know this is the end of punk. They don’t know that Reagan is coming. It’s impossibile to imagine that kids will stop dreaming about nuclear war, and have nightmares about the weather. It’s impossibile to imagine HIV, what will happen with skateboard tricks, the Internet.Ma le parole falliscono nel tentativo di riassumere una vita, perché questa sfugge sempre (“cercherò di spiegare a mio figlio com’era sua nonna” conclude il protagonista Jamie, “ma sarà impossibile”), e trova da sola la via per raggiungere l’immortalità attraverso la memoria.vlcsnap-2017-02-15-15h16m37s812

Come già in Beginners (ma qui in maniera ancora più marcata), la dimensione multimediale segna un’apertura bellissima verso le vite degli altri, che sono anche le nostre: le fotografie in bianco e nero, i filmati di repertorio e il cinema ci ricordano che nessun dolore è solamente il nostro, e che nessuna gioia è inedita; è il controcampo del Reale, un universo infinito di esperienze e sentimenti che appartengono a tutti, e che al tempo stesso ci rende unici e uguali a nessun altro. Perché ognuno di noi è il risultato delle esistenze che ci hanno preceduto, e così sarà per chi verrà dopo a raccogliere la nostra eredità.

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