Hotspot. Amore senza rete, di Giulio Manfredonia

Emula le dinamiche della Rom Com con freddezza chirurgica. Raramente sincero, paradossalmente risulta più riuscito quando torna alla “nostra” tradizione. Alice nella Città.

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È ancora un film che gioca con un certo modo tutto “americano” di riscrivere la “nostra” Rom Com, Hotspot. Amore senza rete, come i precedenti Anni da cane e, forse soprattutto, Conversazioni con altre donne. Ma se il film di Conz conservava un suo fascino proprio per la sua divertita natura di esperimento che costantemente sembrava chiedersi cosa sarebbe successo se una confezione apertamente internazionale entrasse in contatto con un contesto tutto italiano, qui tutto si fa più freddo, analitico. Perché la programmaticità di tutto il progetto è evidente fin dalla prima inquadratura, la volontà di assimilare ogni componente di un immaginario “altro” è evidente, complice, forse, il fatto che l’americana Sony co-produce insieme all’italiana Eagle Pictures. Ce lo comunica in effetti già la storyline, che pare un rip off di un qualunque film di Garry Marshall degli anni ’90.

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Tina è una ballerina che da tempo sta cercando la sua occasione. Forse ha la possibilità di affrontare un provino al San Carlo di Napoli ma pochi minuti prima che il bando scada lei è in aeroporto, deve ancora compilare i moduli e la connessione del suo telefono non funziona. Per caso chiede a Pietro, un affascinante broker in attesa di un aereo come lei di utilizzare il suo hotspot wi fi per iscriversi. L’uomo accetta e tra i due sembra scoccare una scintilla che però Tina non vuole alimentare, convinta che l’amore possa distrarla dai suoi obiettivi. I due si rincorreranno dunque per Napoli, finché arriveranno a riconsiderare a vicenda le loro priorità. Ma tutto sembra fermarsi qui, ad una buona premessa che fatica a spiccare davvero il volo.

Manfredonia e gli sceneggiatori Roberto Proia e Marco Graiani non sembrano preoccuparsi poi troppo delle asperità che riservano due sistemi linguistici così tanto agli antipodi quando entrano in contatto. Ne mescolano i caratteri senza una vera mediazione, incuranti del processo di rigetto tra immaginari a cui inevitabilmente il film va incontro.

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Hotspot. Amore senza rete crede di addomesticare i tratti della rom com americana ma in realtà rende tutte le sue componenti, le linee, le sue influenze, il peso del set, evidenti. A volte sembra addirittura rendersene conto, portarli in primo piano, quasi metterli in bocca ai personaggi.  E così la stessa Denise Tantucci cita la scena dell’orgasmo di Meg Ryan in Harry ti presento Sally e nel prologo pare voler emulare la goffagine dei personaggi di Jennifer Lawrence. Si tratta forse dei momenti migliori di Hot Spot. Amore senza rete, perché almeno c’è un’autoironia che sembra voler rianimare un sistema sempre più inerte.

La verità è che, nel voler seguire pedissequamente delle coordinate note, non si guarda mai davvero attorno. Così, nella sua ricerca di una nuova via per il nostro cinema può che capitare che Manfredonia incappi in un paradosso e che gli elementi che reggono meglio nel film sono quelli più legati ad una tradizione tutta “nostra”: lo zio saggio di Tina interpretato da Peppe Servillo, che pare assommare i caratteri della grande saggezza meridionare e soprattutto la coppia di coinquilini della protagonista, al centro di una storyline secondaria, tra bambini non voluti ma accettati e guerra di classe che, certo, pare ancora nutrirsi della scrittura di un autore come Stoller ma da cui sembra intuirsi il desiderio di attualizzare certe dinamiche di un modo di intendere il racconto popolare tutto nostro.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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