Il servo, di Joseph Losey

Opera rivoluzionaria che dietro la dinamica servo/padrone nasconde la forza eversiva di una sessualità dirompente. Dirk Bogarde splendidamente mefistofelico. Da oggi in sala in versione restaurata.

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All’inizio c’è una canzone, All Gone di John Dankworth cantata dalla moglie Cleo Laine. È una canzone d’amore con un testo ambiguo (scritto con Harold Pinter) che nel corso del film si trasforma prima in inno orgiastico e poi in lamento funebre. Bisogna scorrere tra le note di questa canzone per scoprire il mistero de Il servo di Joseph Losey. La relazione che lega il giovane aristocratico Tony (James Fox) al mefistofelico servo Hugo Barrett (Dirk Bogarde) è del tipo sadomasochistico. Quando all’interno della casa di Tony viene introdotta Vera (Sarah Miles), amante di Hugo, tutti gli equilibri saltano e Tony è intrappolato in una spirale autodistruttiva tra sesso e alcool, sotto gli occhi increduli della fidanzata Susan (Wendy Craig).

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Joseph Losey prende i conflitti di classe di La regola del gioco di Jean Renoir e li contamina con incandescente materiale sessuale aiutato da una sceneggiatura al vetriolo scritta da Harold Pinter. Il sesso è lo strumento che permette al lubrico maggiordomo di ribaltare le posizioni sociali e di manipolare il desiderio represso alto borghese. Per fare questo senza incappare nella censura, Joseph Losey prende la grammatica di Quarto potere e la sbatte in faccia allo spettatore: grandangoli, continui giochi di specchi, riprese da posizioni impossibili, ombre lunghe e luci crepuscolari. Il bianco e nero dionisiaco di Douglas Slocombe esalta la sensualità di Sarah Miles e disegna negli altri personaggi ombre nude dietro veli o sipari. Il gioco a nascondino tra servo e padrone è un piccolo gioiello di figure proteiformi che rivelano l’ambiguità di comportamenti apparentemente formali: falsi duri incontrano falsi deboli.

Ma la vera protagonista del film è questa abitazione labirintica che dietro ogni porta cela un congresso carnale e un occhio che spia: la scenografia cura i dettagli (orologi a pendolo, lampadari, quadri, vasi con fiori, fotografie di nudi maschili) e il design degli interni si muove tra antico e moderno (fate attenzione al movimento oscillatorio della poltrona reclinabile). Losey si concentra sulle gambe, sulle mani, sui piedi e tiene dietro un paravento il manifesto della passione proibita. La vera forza sotterranea che scuote tutta l’opera è infatti la attrazione omosessuale che si viene a creare tra Hugo e Tony, sin dal primo incontro quando il maggiordomo resta a osservare il corpo del padrone dormiente. Poi un continuo gioco di sguardi accompagnato da battute sibilline fino ad arrivare all’ultima parte del film nella quale i due litigano come marito e moglie e ricordano le esperienze omosessuali durante il servizio militare.

Per il 1963 il film rappresenta una vera forza eversiva che destabilizza il placido panorama del cinema inglese: da quel momento in poi autori come Polanski (Cul de sac) e Roeg (Sadismo) si ispireranno a Losey portando linfa vitale alla New wave europea (l’influenza di questa opera arriva sino ai giorni nostri: Parasite di Bong Joon-ho è un chiaro omaggio a Il servo di Losey). Il quartetto di attori è formidabile ma Dirk Bogarde riesce a rendere perfettamente l’ambiguità morale di un personaggio decadente che sembra uscito dalla penna di Thomas Mann: il suo irriverente sbuffo di fumo in faccia alla povera Susan è il sigillo di una vittoria annunciata. I successivi personaggi di Bogarde interpretati per Luchino Visconti (La caduta degli Dei, Morte a Venezia) Liliana Cavani (Il portiere di notte) e Fassbinder (Despair) avranno proprio come modello Hugo Barrett.

Adattamento di un romanzo di Robin Maugham sceneggiato da Harlod Pinter (qui alla prima collaborazione con Losey; le successive saranno altri due grandi film L’incidente e Messaggero d’amore), Il servo è una delle prime opere cinematografiche che sottolinea il potere eversivo del desiderio sessuale nel ribaltamento dei rapporti di classe. “All gone” canta Cleo Laine mentre la casa si tramuta in uno specchio del caos interiore, tra bicchieri in frantumi e fiori in decomposizione. I corpi nudi si agitano dentro come fantasmi, ogni cosa è rotta, ogni essere umano è spezzato: tra anelli di fumo, vapori alcolici, odori e sudori, si è fondamentalmente soli. E morti.

“Leave it alone it’s all gone. Don’t stay to see me turn from your arms. Give me my death close my mouth. Give me my breath close my mouth. How can I bear the ghost of you here.”

All Gone di John Dankworth e Harold Pinter

Titolo originale: The Servant
Regia: Joseph Losey
Interpreti: Dirk Bogarde, Sarah Miles, Wendy Craig, James Fox, Catherine Lacey, Richard Vernon, Ann Firbank, Doris Knox, Patrick Magee, Jill Melford, Alun Owen, Harold Pinter
Distribuzione: Cineteca di Bologna
Durata: 116′
Origine: UK, 1963

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
Sending
Il voto dei lettori
5 (3 voti)
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