Il sol dell’avvenire: incontro con Nanni Moretti e il cast

Regista e cast (Margherita Buy, Silvio Orlando, Barbora Bobulova) hanno incontrato la stampa per presentare Il sol dell’avvenire, film in Concorso a Cannes e in sala dal 20 aprile

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“Io sono sempre andato contro l’onda. A metà degli anni ’80 c’erano pochi film italiani radicati sul territorio, c’era invece la tendenza a fare film fintamente internazionali; io ho reagito a questa tendenza dominante realizzando una mia casa di produzione e facendo film italiani; poi qualche anno dopo i cinema chiudevano, era il trionfo delle videocassette e io ho aperto questa sala nel novembre del ’91. Più di quindici anni fa quando nessuno dava spazio agli esordienti ho cominciato a fare Bimbi Belli, il festival con i registi esordienti. E anche ora in un momento di difficoltà delle sale ho fatto finta di niente e ho continuato a pensare, girare, scrivere, montare il mio film per gli spettatori del cinema. Cerco sempre di non preoccuparmi troppo di ciò che succede intorno”.

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È un Nanni Moretti senza filtri quello che oggi ha incontrato la stampa al Nuovo Sacher di Roma per presentare il suo ultimo film Il sol dell’avvenire. Un progetto pensato per il cinema, prossimo concorrente al Festival di Cannes e pronto ad essere distribuito in 500 sale su tutto il territorio nazionale. Un film che ancora una volta ci riporta a Roma; nella Roma di Nanni Moretti, qui popolata da un cast di grandi interpreti, dagli storici collaboratori Margherita Buy (Habemus papam, Mia madre) e Silvio Orlando (Palombella rossa, Aprile) fino a Barbora Bobuľová.

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“Sono molto felice che Nanni mi abbia richiamato dopo Il caimano del 2006″, ammette Orlando; Il sol dell’avvenire è un film che per me è un po’ una summa, la chiusura di un cerchio, della storia personale che ho con Nanni; mi ha scosso nel profondo. Non è un film qualsiasi per me, sono molto onorato di farne parte”. Parole da vecchio amico, emozionate, alle quali fanno eco quelle della “new entry” Bobuľová: “Io sono arrivata in questa famiglia dall’esterno, ma mi sono subito sentita accolta, accudita, accarezzata. Ogni giorno era un dono sul set. Già dal provino ho avvertito che questo personaggio doveva essere mio. È stato un viaggio bellissimo, un privilegio”.

Il sol dell’avvenire è un lungometraggio dalle molte anime, che mescola diversi registri (film nel film innanzitutto) e storie; che a dispetto della “mole” non ha mai spaventato il suo regista e la cui origine, racconta Moretti, risale a diversi anni fa, quando “prima di Tre piani con Federica Pontremoli e Valia Santella avevamo provato a scrivere un film sul ’56, ma senza esserne soddisfatti. E solo dopo Tre piani, aggiungendo alla compagnia Francesca Marciano, siamo riusciti a sviluppare l’ambientazione anni ’50 volendo però raccontare anche la vita del regista di quel film nel film”.

Un disegno a lungo pensato, modificato in corso d’opera, che affastella tematiche importanti, dal rapporto del regista con le piattaforme streaming, sulle quali il giudizio è netto (“le piattaforme vanno bene per le serie, i film si devono fare per il cinema”), alla guerra in Ucraina, evocata quasi profeticamente dalla rivolta ungherese raccontata da Moretti e decisiva in un paio di scelte di sceneggiatura: “La prima stesura de Il sol dell’avvenire è del giugno 2021″, afferma il regista, “l’invasione russa in Ucraina è del febbraio 2022, tanto tempo dopo. Forse in fase di riprese abbiamo aggiunto solo una frase: noi vi apriremo le nostre case. Così come abbiamo tagliato un momento in cui a piazza Mazzini dico: già vedo i carri armati avanzare verso viale Carso. Questa frase mi faceva un po’ impressione”.

Ma Il sol dell’avvenire è prima di tutto un film italiano; e sul cinema nostrano Moretti ha idee molto chiare: “Il cinema italiano sta lì… Tanti film d’autore un tempo venivano coccolati, uscivano al momento giusto. Ormai ci sono tantissime pellicole che vengono gettate allo sbaraglio, il pubblico non capisce cosa sta uscendo, non capisce che tipo di film siano. Il discorso è sempre quello, il cinema italiano è un cinema vivo di registi e film ma privo di una cura, di una attenzione intorno che questi progetti e cineasti meriterebbero”.
Un Cinema che, a quanto pare, dovrà “sopportare” Moretti ancora per un po’. Perché a chi domanda il significato del saluto alla macchina da presa in chiusura dell’opera, il regista risponde così: “A dire il vero la mia partecipazione alla scena non era in sceneggiatura. Quando abbiamo girato quel ciak mi è venuto in mente di guardare in macchina e salutare. Forse con quel saluto chiudo questa primissima fase della mia carriera, a cui ne seguirà una seconda di un’altra cinquantina d’anni e forse anche una terza”.
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