"King Kong", di Peter Jackson

Dentro King Kong c'è il cuore di un'ossessione kolossal. Un'ossessione che estende innanzitutto gli spazi, da New York all'Isola del Teschio, e che ritorna soprattutto indietro nel tempo, nell'America della Grande Depressione del 1933, proprio lo stesso anno in cui la RKO ha prodotto il primo King Kong realizzato da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack. Ma al tempo stesso dentro la pellicola c'è anche l'ossessione personale che dura da tutta una vita, quella di Peter Jackson che vide per la prima volta King Kong in TV quando aveva circa 8 anni e ne rimase così folgorato che da quel momento ha deciso di intraprendere la carriera di regista. Questo progetto è infatti da tempo nella testa del cineasta australiano. Nel 1996, quando realizzò Sospesi nel tempo, uno dei suoi film migliori, era già pronta una prima stesura della sceneggiatura poi però vennero privilegiati altri film su 'grandi gorilla' come Godzilla di Emmerich e Il grande Joe di Underwood e il regista si è così dedicato alla lunghissima lavorazione della trilogia Il signore degli anelli.


Ora dentro King Kong l'ossessione di Jackson sembra corrispondere a quella di Carl Denham, l'ambizioso cineasta interpretato da Jack Black ed è quella di filmare lo spazio ad ogni latitudine e ad ogni altezza. Proprio per questo il senso di vertigine che produce King Kong è avvicinabile a quello di Cameron di The Abyss e Titanic. C'è sempre qualcosa di immenso che si trova davanti la macchina da presa, qualcosa di 'troppo grande' o 'troppo esteso' che la macchina da presa non riesce ad inquadrare. Ed è proprio per questo che il film di Jackson utilizza spesso traiettorie verticali, oppure insiste sulla collisione, sul contrasto tra due corpi (King Kong e l'aspirante attrice Ann Darrow, interpretata da Naomi Watts) o tra il corpo e l'ambiente (la foresta che appare sempre limitata per King Kong e invece infinitamente estesa e inquietante per tutta la troupe di Denham). Questo tipo di opposizione era presente anche in Quarto potere di Welles nella scena del comizio elettorale in cui la figura 'troppo piccola' di Kane rappresentava, a livello di dimensioni, l'antitesi rispetto al manifesto elettorale 'troppo grande' che si trovava alle sue spalle.

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Ora Jackson non possiede la magia sognante di Cameron ma ha comunque un enorme talento e non fa nulla per nascondere la sua smisurata ambizione. Un'ambizione dove, rispetto al regista di Titanic che aveva l'obiettivo di riprodurre il reale così com'è, c'è un certo sospetto di narcisismo nel modo in cui si è impossessato della vicenda di King Kong e lo abbia dilatato, quasi raddoppiato nella durata; il remake realizzato dal cineasta australiano dura infatti 187 minuti mentre quello di Cooper e Schoedsack ne dura circa 100 con frammenti visivi che appaiono quasi il riciclaggio di Creature del cielo (la ridondante ricostruzione d'epoca) e della trilogia del Signore degli anelli (le creature mostruose, quasi dei Gollum replicati e moltiplicati, nell'Isola del Teschio). Al di là di questo però King Kong – terzo remake del film del 1933 dopo quello deludente realizzato da Guillermin nel 1976 con Jeff Bridges e Jessica Lange – ha un'apparato spettacolare davvero imponente, grazie anche alla conferma in blocco di quasi tutta la squadra de Il signore degli anelli, dagli sceneggiatori Fran Walsh e Philippa Boyens (autori dello script assieme allo stesso Jackson), al direttore della fotografia Andrew Lesnie allo scenografo Grant Major. Forse per questo, dal momento in cui l'imbarcazione con l'equipaggio e la troupe del film è costretta a fermarsi all'Isola del Teschio (ancora Titanic) sembra di ritrovarsi ancora dentro quelle atmosfere oniriche e fantastiche de Il signore degli anelli in cui si respira un'atmosfera autenticamente da cinema horror in cui le forme splatters di Bad Taste e Splatters – Gli schizzacervelli sembrano combinarsi con quella dimensione abissale di Il mondo perduto – Jurassic Park. Il personaggio di Ann e quello dello scrittore Jack Driscoll (Adrien Brody) guardano i "mostri" e il gorilla con quel misto di paura, stupore e meraviglia che è davvero simile ai corpi spielberghiani. In più, in questa fase, sembrano esserci anche squarci del ritmo di certi film d'avventura statunitensi come Il mondo perduto di Irwin Allen del 1960 dove si entra ancora dentro zone abissali dominate dall'oscurità.


Oltre la fantascienza, l'horror, il biografico, dentro King Kong è però presente anche il lato mélo. Due immagini si replicano. King Kong e Ann stanno in alto. Ammirano il tramonto nella foresta. La donna gli dice: "E' bellissimo!". King Kong e Ann si ritrovano ancora insieme in cima all'Empire State Building. Stavolta lottano per sopravvivere e Jackson riprodice la celebre sequenza dove i biplani attaccano i due personaggi. Qui c'è davvero l'estasi della vertigine, un senso di morte avvolgente e proprio per questo così disperatamente romantico. Non è un caso che, per certi versi, dentro King Kong viene riadattato il mito della Bella e la Bestia in cui i due personaggi assumono a volte dei contorni quasi fiabeschi, come se da cartoon si fossero trasformati in essere umani. La scena del loro ballo sulla pista ghiacciata sembra provenire da una favola, assume dei contorni quasi magici. Si tratta solo di un breve attimo poi c'è il risveglio. Ma è uno dei momenti sospesi del film, ed è per questo che resta immortalato nello sguardo.


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Titolo originale: id.


Regia: Peter Jackson


Interpreti: Jack Black, Naomi Watts, Adrien BrodyThomas Kretschmann, Colin Hanks, Jamie Bell, Evan Parke, Kyle Chandler


Distribuzione: U.I.P.


Durata: 187'


Origine: Usa/Nuova Zelanda, 2005