La La Land, di Damien Chazelle

Forse un giorno dovremo arrenderci, e accettare lo stato delle cose (attuali). Del resto gli anni passano e nuove generazioni avanzano con forza e determinazione, con le competenze e conoscenze acquisite – come mai in passato – grazie al potentissimo ordigno culturale (ri)generato dalla Rete.

E se il mondo/cinema finisce in mano ai trentenni, come ai tempi della Nouvelle Vague, la “rivoluzione” diventa irresistibile.

Damien Chazelle è classe 1985, non so come si possa definire (detesto le definizioni come “nativi digitali” o “millenials”), ma certo che ha vissuto praticamente tutta la sua giovane esistenza approfittando dell’esistenza e dell’utilità di Google, Wikipedia, You Tube, Facebook, Shazaam, solo per citarne alcune in ordine puramente cronologico, delle “bombe atomiche” dell’immaginario degli ultimi vent’anni. Questo gli ha permesso di crearsi una incredibile cinefilia “rètro”, una particolare forma di nostalgia per qualcosa di “mai vissuto” analogicamente come corpo vivo, ma rivissuto digitalmente come “anima virtuale”, per cui Busby Berkeley, Max Ophüls, Vincente Minnelli, Jacques Demy e Francis Ford Coppola sono confluiti meravigliosamente nel suo “corpo cinematografico” con la stessa, perversa e magica “naturalezza” con la quale chi vive (e scrive) di critica, li mette assieme in testi per ossessivi addetti ai lavori (o ai piaceri…).

La La LandInsomma che succede? Accade che quello che negli anni Ottanta “immaginavamo”, intuivamo e, forse, sognavamo, è diventato il “pane quotidiano” dei nostri giorni. L’immaginario cinematografico (e non solo, potremmo scrivere fiumi di parole sull’immaginario “plastificato” del jazz…) con la generazione post nouvelle vague e dentro/post new Hollywood, diventa il territorio da conquistare, il centro cuore dell’attenzione delle storie, degli sguardi, dei saperi, dei dolori come dei piaceri. Proprio negli anni in cui Chazelle vedeva la luce, ci nutrivamo di magnifici “classici rimasterizzati emozionalmente”, Brividi Caldi, Sogni lunghi un giorno, Lupi mannari americani a Londra, Vestiti per uccidere, ecc…  Sogni caldi, che partivano dai corpi di spettatori nuovi che avevano messo lo sguardo all’altezza dei sentimenti…

Avevamo visto il passato, e ci prendevamo il presente rimodellando i consumi culturali su piattaforme emozionali inedite, che mixavano generi, epoche, stili, così come avevamo imparato a fare da giovani punk inconsapevoli che il “no future” era il “future” dell’immaginario collettivo….

Ryan Gosling in La La LandTrent’anni dopo, nell’era del post-tutto, tutti questi magnifici frullati dell’immaginario, che si erano metabolizzati nei nostri corpi analogici di giovani “mangiatori di cinema”, sono diventati una sorta di “nuovo standard” culturale, rimodellati da una generazione che, il “remix culturale” lo ha vissuto non più come una rivolta dei sensi contro un dominio dell’immaginario, ma come una pratica quotidiana, un qualcosa che sembra esistere “naturalmente”, così come i cellulari, i social network e i cibi biologici confezionati.

Ed ecco La La Land. Che, a malincuore, è un film straordinario, che sicuramente troverà degli Oscar, e che sembra candidarsi seriamente come una sorta di “manifesto generazionale”, quasi un nuovo “A bout de souffle”, perché sono sempre i respiri quelli che cambiano lo “stato emozionale delle cose”…

Parte come una magnifica scheggia percettiva, con un numero iniziale, Traffic dove un ingorgo sull’autostrada di Los Angeles diventa il luogo dell’esplosione di corpi, suoni e colori, una coreografia ai limite della perfezione visiva, tutta (?) in un unico infinito, mobile ed eccitante piano sequenza, che sembra, di colpo, rilanciare il concetto di Musical, come fossimo improvvisamente tornati nell’Age d’Or dell’America degli Anni Cinquanta. Soprattutto l’inizio è folgorante, con quelle autoradio in coda usate “per creare un arazzo musicale cui a uno a uno si aggiungono tutti quelli che si trovano in autostrada in quel momento”.

la la land emma stone ryan goslingMa, il Musical, era, tra tutti i generi, il più dolcemente “ottimista” e capace di mostrare al mondo uno stile di vita e un “sogno”, quello Americano, che infatti il “Mondo” presto avrebbe adottato in tutte le direzioni geografiche possibili. E, va detto, in questo La La Land tradisce il genere, perché di ottimismo, alla fine, ne ispira molto poco….

In che anno, in che era, è ambientato La La Land? Oggi, ieri, domani, chi può dirlo… Ci sono i cellulari di oggi e le auto anni Ottanta, come le scarpe anni Quaranta di Ryan Gosling…. E poi ci sta il jazz, il vecchio jazz, tanto rimpianto da Sebastian, il protagonista di questo One From the Heart rimixato con Les parapluies de Cherbourg in salsa jazz.

Emma Stone in La La LandMa cosa avviene in questa storia d’amore e ricerca del successo e della felicità tra un musicista disoccupato (Gosling) e una cameriera aspirante attrice (Emma Stone)?  Tutto il film è una “una lettera d’amore alla magia della vecchia Hollywood raccontata da un punto di vista giovane e contemporaneo” (cito dal pressbook del film), ed ecco il ritorno, ancora, agli Anni Cinquanta, con quella Gioventù bruciata che “sprecava” il suo tempo giovane ad osservare le stelle, da qui il ritorno a quel Griffith Park Observatory, dove “riparte il sogno” e i nostri due protagonisti possono inebriarsi in un onirico valzer a “Gravity” zero…

Insomma: tutto La La Land è un magnifico portale dell’immaginario remixato di questi anni, leggero, rapido (e indolore) come un volo low-cost, ma confortevole come un salotto Ikea, sembra quasi il mondo ridisegnato da quell’oscuro oggetto del desiderio che era il Fight Club fincheriano…

Un film coloratissimo, praticamente perfetto, dove “non c’è un solo primo piano delle mani di Sebastian che sia di una controfigura. È sempre Ryan Gosling”,  dove il casting sembra il migliore possibile per il pubblico dei ragazzi del XXI secolo, la fotografia di Linus Sandgren qualcosa da insegnare nelle Scuole di Cinema, i film e i registi a cui si ispira sono “quelli giusti”…..ryan gosling emma stone la la land

Che vogliamo di più?

Forse non vogliamo di più.

Forse vogliamo di meno?

Ed eccolo il “tradimento”. Un film che esalta il vecchio jazz (e il vecchio cinema) eppure lo tradisce e strapazza (probabilmente a ragione!) proprio mentre ne esalta le straordinarie virtù.  Guarda formalmente e nostalgicamente al cinema e alla musica del passato, ma con gli strumenti e le pratiche culturali di oggi che, di fatto, ripeto probabilmente a ragione, strapazzano e polverizzano,  come fosse un viaggio spazio-temporale di Star Trek, dove il corpo/cinema (e il corpo/jazz, ecc..) vengono smaterializzati da un luogo e rimaterializzati dall’altro…. Ma in questo passaggio si è, forse, insinuato qualcosa, come una “Mosca” cronenberghiana, che ha creato un “nuovo corpo mix”, simile ma in realtà molto diverso dal vecchio…

PS: per chi fosse interessato alla versione integrale dell’articolo puo’ leggerlo qui dalle corrispondenze da Venezia 73

Titolo originale: id. 
 
Regia: Damien Chazelle

Interpreti: Ryan Gosling, Emma Stone, J.K. Simmons, Finn Wittrock, Sonoya Mizuno, Rosemarie DeWitt

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 147'

Origine: Usa 2016