#Venezia73 – TRADIMENTI: La La Land, di Damien Chazelle + The Net, di Kim Ki-Duk

Forse un giorno dovremo arrenderci, e accettare lo stato delle cose (attuali). Del resto gli anni passano e nuove generazioni avanzano con forza e determinazione, con le competenze e conoscenze acquisite – come mai in passato – grazie al potentissimo ordigno culturale (ri)generato dalla Rete.

E se il mondo/cinema finisce in mano ai trentenni, come ai tempi della Nouvelle Vague, la “rivoluzione” diventa irresistibile.

Damien Chazelle è classe 1985, non so come si possa definire (detesto le definizioni come “nativi digitali” o “millenials”), ma certo che ha vissuto praticamente tutta la sua giovane esistenza approfittando dell’esistenza e dell’utilità di Google, Wikipedia, You Tube, Facebook, Shazaam, solo per citarne alcune in ordine puramente cronologico, delle “bombe atomiche” dell’immaginario degli ultimi vent’anni. Questo gli ha permesso di crearsi una incredibile cinefilia “rètro”, una particolare forma di nostalgia per qualcosa di “mai vissuto” analogicamente come corpo vivo, ma rivissuto digitalmente come “anima virtuale”, per cui Busby Berkeley, Max Ophuls, Vincente Minnelli, Jacques Demy e Francis Ford Coppola sono confluiti meravigliosamente nel suo “corpo cinematografico” con la stessa, perversa e magica “naturalezza” con la quale chi vive (e scrive) di critica, li mette assieme in testi per ossessivi addetti ai lavori (o ai piaceri…).

Insomma che succede? Accade che quello che negli anni Ottanta “immaginavamo”, intuivamo e, forse, sognavamo, è diventato il “pane quotidiano” dei nostri giorni. L’immaginario cinematografico (e non solo, potremmo scrivere fiumi di parole sull’immaginario “plastificato” del jazz…) con la generazione post nouvelle vague e dentro/post new Hollywood, diventa il territorio da conquistare, il centro cuore dell’attenzione delle storie, degli sguardi, dei saperi, dei dolori come dei piaceri. Proprio negli anni in cui Chazelle vedeva la luce, ci nutrivamo di magnifici “classici rimasterizzati emozionalmente”, Brividi Caldi, Sogni lunghi un giorno, Lupi mannari americani a Londra, Vestiti per uccidere, ecc…  Sogni caldi, che partivano dai corpi di spettatori nuovi che avevano messo lo sguardo all’altezza dei sentimenti…

Avevamo visto il passato, e ci prendevamo il presente rimodellando i consumi culturali su piattaforme emozionali inedite, che mixavano generi, epoche, stili, così come avevamo imparato a fare da giovani punk inconsapevoli che il “no future” era il “future” dell’immaginario collettivo….

Trent’anni dopo, nell’era del post-tutto, tutti questi magnifici frullati dell’immaginario, che si erano metabolizzati nei nostri corpi analogici di giovani “mangiatori di cinema”, sono diventati una sorta di “nuovo standard” culturale, rimodellati da una generazione che, il “remix culturale” lo ha vissuto non più come una rivolta dei sensi contro un dominio dell’immaginario, ma come una pratica quotidiana, un qualcosa che sembra esistere “naturalmente”, così come i cellulari, i social network e i cibi biologici confezionati.

landscape-1468420673-la-la-land-4Ed ecco La La Land. Che, a malincuore, è un film straordinario, che sicuramente troverà degli Oscar, e che sembra candidarsi seriamente come una sorta di “manifesto generazionale”, quasi un nuovo “A bout de souffle”, perché sono sempre i respiri quelli che cambiano lo “stato emozionale delle cose”…

Parte come una magnifica scheggia percettiva, con un numero iniziale, Traffic dove un ingorgo sull’autostrada di Los Angeles diventa il luogo dell’esplosione di corpi, suoni e colori, una coreografia ai limite della perfezione visiva, tutta (?) in un unico infinito, mobile ed eccitante piano sequenza, che sembra, di colpo, rilanciare il concetto di Musical, come fossimo improvvisamente tornati nell’Age d’Or dell’America degli Anni Cinquanta. Soprattutto l’inizio è folgorante, con quelle autoradio in coda usate “per creare un arazzo musicale cui a uno a uno si aggiungono tutti quelli che si trovano in autostrada in quel momento”.

Ma, il Musical, era, tra tutti i generi, il più dolcemente “ottimista” e capace di mostrare al mondo uno stile di vita e un “sogno”, quello Americano, che infatti il “Mondo” presto avrebbe adottato in tutte le direzioni geografiche possibili. E, va detto, in questo La La Land tradisce il genere, perché di ottimismo, alla fine, ne ispira molto poco….

LLL d 13 _2548.NEFIn che anno, in che era, è ambientato La La Land? Oggi, ieri, domani, chi può dirlo… Ci sono i cellulari di oggi e le auto anni Ottanta, come le scarpe anni Quaranta di Ryan Gosling…. E poi ci sta il jazz, il vecchio jazz, tanto rimpianto da Sebastian, il protagonista di questo One From the Heart rimixato con Les Parapluies de Cherbourg in salsa jazz.

Ma cosa avviene in questa storia d’amore e ricerca del successo e della felicità tra un musicista disoccupato (Gosling) e una cameriera aspirante attrice (Emma Stone)?  Tutto il film è una “una lettera d’amore alla magia della vecchia Hollywood raccontata da un punto di vista giovane e contemporaneo” (cito dal pressbook del film), ed ecco il ritorno, ancora, agli Anni Cinquanta, con quella Gioventù bruciata che “sprecava” il suo tempo giovane ad osservare le stelle, da qui il ritorno a quel Griffith Park Observatory, dove “riparte il sogno” e i nostri due protagonisti possono inebriarsi in un onirico valzer a “Gravity” zero…

fight club

Insomma: tutto La La land è un magnifico portale dell’immaginario remixato di questi anni, leggero, rapido (e indolore) come un volo low-cost, ma confortevole come un salotto Ikea, sembra quasi il mondo ridisegnato da quell’oscuro oggetto del desiderio che era il Fight Club fincheriano…

Un film coloratissimo, praticamente perfetto, dove “non c’è un solo primo piano delle mani di Sebastian che sia di una controfigura. È sempre Ryan Gosling”,  dove il casting sembra il migliore possibile per il pubblico dei ragazzi del XXI secolo, la fotografia di Linus Sandgren qualcosa da insegnare nelle Scuole di Cinema, i film e i registi a cui si ispira sono “quelli giusti”…..

Che vogliamo di più?

Forse non vogliamo di più.

Forse vogliamo di meno?

la moscaEd eccolo il “tradimento”. Un film che esalta il vecchio jazz (e il vecchio cinema) eppure lo tradisce e strapazza (probabilmente a ragione!) proprio mentre ne esalta le straordinarie virtù.  Guarda formalmente e nostalgicamente al cinema e alla musica del passato, ma con gli strumenti e le pratiche culturali di oggi che, di fatto, ripeto probabilmente a ragione, strapazzano e polverizzano,  come fosse un viaggio spazio-temporale di Star Trek, dove il corpo/cinema (e il corpo/jazz, ecc..) vengono smaterializzati da un luogo e rimaterializzati dall’altro…. Ma in questo passaggio si è, forse, insinuato qualcosa, come una “Mosca” cronenberghiana, che ha creato un “nuovo corpo mix”, simile ma in realtà molto diverso dal vecchio…

THE_NET_01

E di tradimento è accusato il pescatore (interpretato da un formidabile RYOO Seung-bum) nordcoreano del potentissimo e sorprendente The Net, di Kim Ki- Duk. Che gioca/ opera nell’unico vero “confine” politico/culturale ancora rimasto, quello tra le due Coree, i due poli opposti, la nazione più “buia”, e quella più “illuminata” e veloce di questi tempi.

Per un imprevedibile guasto al motore si ritrova a superare il confine e rimane prigioniero degli addetti alla sicurezze e all’antispionaggio della Corea del Sud. Inutilmente cerca di spiegare che ha superato il confine a causa del guasto alla barca, i funzionari e poliziotti sudcoreani sono convinti che lui sia una spia e lo costringono ad un lungo interrogatorio, a tratti anche violento, mitigato solo dai continui interventi dell’addetto alla sua sicurezza, che di fatto ne diviene il suo unico ma accanito difensore.

Siamo in un abisso politico/culturale: da un lato il pescatore che, letteralmente, si rifiuta di vedere, chiudendo gli occhi nel suo viaggio in macchina fino a Seoul, perché, novello Ulisse, vedere equivale a desiderare, quindi altri sogni, altri bisogni, come essere catturato dalla civiltà dei consumi. Dall’altro abbiamo dei funzionari fin troppo zelanti, che si rifiutano di accettare che davvero quell’uomo voglia ritornare nella nazione governata da una terribile dittatura, per cui o è una spia oppure deve diventare un traditore e accettare le the net 10lusinghe e le ricchezze del mondo capitalista. Ma il nostro pescatore fa resistenza (analogica) e la sequenza in cui viene lasciato da solo nel pieno di un grande centro commerciale, dove a lungo cercherà di rimanere “con gli occhi chiusi” per non farsi coinvolgere da questo “nuovo mondo” è tra le più incredibili e forti di questo film, che conferma una rinascita di un cineasta che non ha mai mancato di stupire e colpire duro…

Poi, inevitabilmente, il mo(n)do “occidentale” di vivere lo coinvolge. Salva una prostituta dalle violenze dei suoi “datori di lavoro”, ingenuamente porta il messaggio di una spia alla finta figlia trasformandosi in veicolo di spionaggio vero e proprio, fino a scegliere di ritornare dal suo amico e protettore che, unico, può aiutarlo a ritornare al suo Paese e alla sua famiglia.  E qui il film devia verso una gThe netuerra “mediatica”: i funzionari del Sud mostrano in tv le immagini del pescatore del Nord sorpreso tra le vetrine dei negozi, mentre quelli del Nord rispondono rilanciando in tv la moglie e la figlia in lacrime che reclamano il marito e padre al proprio nucleo familiare.  Improvvisamente il pescatore diventa un oggetto televisivo, una specie di star, e, nell’imbarazzo dei soldati e funzionari del Sud riesce, trionfalmente, a tornare al suo Paese, fiero ed orgoglioso di non aver tradito. Ma al ritorno lo aspetterà un analogo “servizio”, con interrogatori violenze ecc….

Alla fine vorrà e dovrà ritornare a fare il pescatore, con tutti i rischi di mettersi contro lo Stato.

thenettSenza paura di spoilerare troppo (magari il film uscisse in Italia!), va raccontato che il pescatore, al suo ritorno in Patria, si spoglia di tutti i beni e vestiti che gli avevano donato gli “amici” del Sud. Con l’eccezione di un orsacchiotto regalatogli dal suo amico della sicurezza, che aveva nascosto nella barca per donarlo alla figlia, il cui vecchio giocattolo era ormai logoro e pieno di continue ricuciture.

Non vi sveliamo il finale, ma Kim Ki-Duk, nell’epilogo post-finale, lascia spazio a questo meraviglioso primo piano della piccola bambina del pescatore, che, dopo un po’, lascia il giocattolo “che parla e si muove” nuovo e morbido per abbracciare, con l’intensità che solo un bambino può avere, il suo vecchio orsacchiotto rappezzato.

Ecco, quello di Kim Ki-Duk, classe 1960, è un abbraccio al cinema, vero e sincero perché vissuto totalmente nel percorso di trasformazione di questi anni.  L’orsacchiotto è il cinema, il vecchio cinema, che ancora vorremmo abbracciare, e che vorremmo che i nostri figli abbracciassero.

Ma la generazione degli Chazelle, probabilmente, preferisce abbracciare virtualmente un Pokemon digitale…(e come possiamo biasimarli, per questo?).

Non è più questione di apocalittici o integrati, ma di orsacchiotti di peluche e immaginario digitale.

Le categorie del meglio/peggio, bello/brutto, se mai sono servite, oggi sono inutilizzabili.

Sono scarti generazionali, lacerazione definitiva tra chi guarda (e filma) con il cuore e la pancia e chi con gli occhi, le orecchie e i polpastrelli…james dean

Nicholas Ray filmò buona parte di Gioventù bruciata – in quel Cinemascope ripreso fedelmente da Chazelle – con il protagonista James Dean sdraiato a terra, in orizzontale, quasi un bimbo che si attacca alla terra per meglio orientarsi nella vita… Chazelle ignora questa visione, e alla terra preferisce l’esperienza gravitazionale…

Tra la terra e il cielo, tra i corpi analogici e quelli digitali, si dispiega la sfida dell’immaginario dei nostri tempi. La macchina da presa vola mentre la musica e i colori ci avvolgono nel remix 4/5K dell’esperienza digitale, quasi un “cinema shazam”, dove con un clic ritroviamo tutte le scene del cinema che vengono riciclate e citate…

Dall’altra parte abbracciamo il cinema/orsacchiotto…