“La parte degli angeli”, di Ken Loach

Dopo Un bacio appassionato, Ken Loach torna con La parte degli angeli (premio della Giuria al 65° Festival di Cannes) sulle strade di Glasgow. Ma se la fotografia ha gli stessi toni e colori, il soggetto prende decisamente una piega diversa, più libera e irriverente. Robert è condannato a tre mesi di lavori socialmente utili, per aver pestato a sangue un ragazzo, in preda agli effetti della droga e dell’alcool. La compagna aspetta un bambino e il resto è un disastro: dei teppisti vogliono fargli la pelle e la famiglia di lei vuole spedirlo a Londra, lontano. Gli unici improbabili amici sono i compagni di "lavori forzati”, Rhino, Albert l’idiota, Mo la ladra incorregibile. E soprattutto il responsabile del gruppo, Harry, che più di ogni altro, crede nelle possibilità di riscatto di Robert. Una nuova vita, forse nascosta in una bottiglia di whisky.  

 

Può piacere o meno, ma si deve ammettere che Ken Loach ha sempre avuto il pregio di una sincerità disarmante. Certo, l’esigenza insopprimibile dell’impegno si è tradotta spesso in una retorica manichea, è rimasta invischiata in ambizioni epiche e barricadere, che hanno mostrato ben presto la corda. Ma, innegabilmente, questo cinema non ha mai rinunciato a schierarsi dalla parte dei suoi personaggi, senza eccezioni, compromessi, tentazioni a patteggiare. E quando ha saputo liberarsi delle ambizioni ‘alte’, evaporati tutti i fumi, ha incontrato un’intensità commovente. Qui, dopo l’ennesimo focus fuori fuoco de L’altra verità, Loach ritrova nella scrittura dell’inossidabile compagno Paul Laverty le tracce di una commedia ‘proletaria’, sanguigna e sboccata, cioè l’anima più die hard del suo cinema, da Riff Raff a Il mio amico Eric. Ovviamente, va senza dire, lo sfondo è quello di sempre. Lo sguardo sul sociale, rigorosamente dalla parte degli ultimi, l’attenzione interventista. Eppure Loach riesce a liberarsi ben presto dalle pastoie programmatiche , aprendosi ai risvolti di un’avventura picaresca, alle ingegnose e sconclusionate invenzioni di un gruppo di sfigati, capaci ancora di trovare le chiavi di volta per ‘fottere’ il sistema, praticare la breccia nel muro. E così ai momenti drammatici, più o meno riusciti che provano a raccontare l’emarginazione e la solitudine di Robert, rispondono quelle le gag incendiarie, vitali e liberatorie, traiettorie incontrollate, perfette per tempi e ritmi. La scena iniziale sulla banchina o quella del brindisi involontario… il piacere del cinema. 

 

E, tra le righe, Loach sembra dirci che ormai la rivolta non può che essere una resistenza del singolo, la pratica quotidiana di una ribellione necessaria. Le parole d’ordine non sono più terra e libertà, pane e rose. Ma la fede incrollabile in qualcosa di più volatile, eppur, magicamente, più concreto, reale. The angels' share. Ed è forse la resa definitiva di questo cinema realista al mainstream, la presa d’atto che, oltre l’autorialità, il suo pregio sta nella sporca e onesta semplicità, nella sua sincera devozione ai corpi, nella sua capacità di far emergere l’istintiva intensità dei suoi interpreti. A cominciare dal sorprendente Gary Maitland, un Albert incontenibile nella sua idiozia distruttiva, figlio spurio di Blake Edwards, che smonta e rimonta i piani.

 

Titolo originale: The Angels' Share

Regia: Ken Loach

Intepreti: John Henshaw, William Ruane, Jasmin Riggins, Siobhan Reilly, Roger Allam, Daniel Portman, Paul Brannigan

Distribuzione: BIM

Durata: 101'

Origine: Gran Bretagna/Francia, 2012