Le grand chariot, di Philippe Garrel

Il cinema di Philippe Garrel sembra sempre più semplice. Addirittura infantile. E per questo libero di giocare e di smontare le forme. Concorso.

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Chissà perché, nel vedere l’ultimo film di Philippe Garrel viene in mente il Carro dei tarocchi, l’arcano maggiore numero 7. Sarà per l’assonanza del titolo o per una semplice suggestione dovuta a certi risvolti onirici e profetici della storia. Ma quella carta che simboleggia un’avanzata e una conquista, esprime anche un’idea di conflitto, per i due cavalli che procedono in direzioni divergenti. E sembra stabilire, per questo, una strana consonanza con le vicende raccontate da Garrel. Che parlano di declino e di fine, ma anche della necessità di andare avanti e intraprendere nuove strade. In un incessante tensione tra l’ostinazione a trattenere il passato e la voglia di cambiare, in cerca di un futuro.

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Insomma, Garrel parla di eredità. Ideale e spirituale, ovviamente. E usa la parabola di una famiglia di maestri di marionette. Il padre, animato da una passione infaticabile, cede il passo. Rimangono i tre figli a mandar avanti l’attività: Louis, Martha, Lena. Con l’aiuto di Peter, un aspirante pittore che ha lasciato da parte per un momento le velleità, e il supporto della vecchia nonna, con le sue storie e i suoi ricordi. Ma a poco a poco, il vecchio mondo si sfalda. Immancabilmente. Cosa resta di una tradizione, allora? Dell’arte di una vita? È tutto nella discussione tra Martha e Lena sull’opportunità di trovare nuove storie, per svecchiare il solito repertorio dei Pulcinella. Martha vuole conservare i vecchi testi, la misura classica. Lena è convinta che bisogna cambiare, per stare al passo con i tempi e il pubblico. Ed è questo costante cambiamento è l’unico modo per preservare la tradizione. Probabilmente ha ragione lei. Ma è Martha ad avere le visioni premonitrici, è lei che vede il futuro. Ossessionata dalla volontà di custodire il cuore profondo di un’ispirazione.

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È evidente che Garrel si sta chiedendo cosa rimarrà del suo modo di far cinema. Cinema come “affare di famiglia”, un modo per svelare la verità più intima, per provare a creare relazioni e comunioni. Non a caso, chiama in gioco i tre figli, Louis, Esther e Lena, quasi come un vecchio Re Lear che vuol decidere a chi affidare il suo regno. Ma non ha certo la paura della fine e l’ansia di stabilire chi sia più degno. No, Garrel non deve difendere nessuna posizione. Per questo non c’è nessuna cupezza nel suo sguardo. Semmai una malinconia tenera, dolorosa, ma non rassegnata. Che, in fondo, è la stessa con cui da sempre racconta la vita per immagini, nel ciclo continuo degli amori che finiscono e che iniziano, delle cose perdute, delle ambizioni che vanno a morire e dei nuovi entusiasmi, dei battiti non rinnovati.

Sì, certo, viene in mente la suggestione de La carrozza d’oro di Renoir: l’antico spettacolo al tramonto, ma anche quella capacità di fare di ogni immagine un sistema aperto di entrate e di uscite. E sebbene non si tratti certo di un commiato, è chiaro che ci troviamo di fronte a un cinema che si scopre ogni volta un po’ più vecchio. Si avvertiva già ne Il sale delle lacrime la sensazione di un passo indietro rispetto alla velocità del mondo. Di un’immagine che si dichiara sorpassata. Senile. Ma che proprio per questo, nel ciclo continuo delle cose, può riscoprirsi infantile, libera di giocare e di smontare le forme. Non c’è praticamente una scena di raccordo. Si procede per quadri, quasi assistessimo alla replica di uno schema narrativo da spettacolo di burattini. E chi sono i primi spettatori di questi teatrini, se non i bambini? Garrel sembra sempre più semplice. Addirittura ingenuo. Ma in questa semplicità c’è un’eleganza infinita, come appare dal pudore con cui vengono risolti tutti i momenti forti. Per cui, al di là di tutto, al di là anche delle sgangheratezze, domina un senso di delicata ironia. E una dolcezza infinita nel guardare i personaggi, i “figli”, seguire ognuno la propria strada. Liberi anche di tradire.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
3 (1 voto)
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