#Locarno2020 – The Films After Tomorrow e Open Doors

L’edizione 2020 del Festival di Locarno risente inevitabilmente delle conseguenze del Covid-19. L’emergenza sanitaria ha costretto gli organizzatori a rinunciare ad alcune sale della kermesse, ad iniziare da Piazza Grande, simbolo della manifestazione, ed alle differenti sezioni competitive di lungometraggi. Quello che rimane è il tentativo di plasmare qualcosa di ibrido, l’insieme costituito dalla presenza fisica garantita da un afflusso di pubblico, seppure con numeri minori del solito, e le proiezioni online, con un approccio teso a mantenere una continuità con il passato ed interrogarsi sul futuro.

Il cuore di questa edizione è un progetto inedito, una nuova sezione, The Films After Tomorrow, con cui il Festival ha deciso di accogliere e sostenere film colpiti dalla crisi sanitaria e non ancora terminati: 20 progetti sospesi a causa del lockdown (10 internazionali e 10 svizzeri) che due giurie internazionali valuteranno, per assegnare i due Pardi 2020, dal valore di 70’000 franchi ciascuno, con cui far ripartire la produzione delle stesse opere. Tra i progetti in concorso Chocobar di Lucrecia Martel, Human flowers of flesh di Helena Wittmann, I come from ikotun di Wang Bing, Kapag wala nang mga alon (When the wawes are gone) di Lav Diaz, A Flower in the Mounth di Eric Baudelaire. La giuria internazionale è composta di tre registi, il presidente Nadav Lapid, Lemohang Jeremiah Mosese e Kelly Reichardt. Proprio un film di Reichardt First Cow, presentato in anteprima alla Berlinale, aprirà l’edizione che verrà poi chiusa dal film di Jean-Marie Straub, La France contre les Robots.

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Il formato ridotto prevede comunque alcune delle sezioni storiche, come i Pardi di domani (il concorso dedicato ai cortometraggi sarà fruibile per la prima volta anche online), ed Open Doors, una finestra dedicata alla cinematografia dei paesi emergenti, prevalentemente provenienti dal Sud Est Asiatico ed i programmi di queste due rassegne rappresentano appunto l’avanguardia digitale festivaliera.

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Giunta ormai alla diciottesima edizione Open Doors accoglie una selezione di dieci film presi da un passato più o meno recente. Apparition di Isabel Sandoval si apre con una citazione di Gramsci “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.” La storia è ambientata in un convento delle Filippine, nel Settembre del 1972, anno della proclamazione da parte del Presidente Marcos della legge marziale. Preludio, secondo lo stesso dittatore, della creazione di un Bagong Lipunan (in italiano “Nuova Società”) basata su nuovi valori sociali e politici. L’eco del cambiamento è così forte da travolgere qualunque fede ed incrinare certezze, la rivoluzione ha le mani macchiate di sangue innocente, e la preghiera appare un rifugio preso d’assalto.

Atambua 39°Celsius di Riri Riza ha le coordinate di una città dell’isola di Timor Est in Indonesia. Qui vivono Joao e suo padre Ronaldo, un autista alcolizzato, in una quotidianità complicata dall’abbandono della madre. L’attrazione di Joao per Nikia, una ragazza rimasta senza famiglia, è l’occasione per raccontare il pudore e la dignità di un mondo privo di ricchezze materiali. Tradizioni e ricordi si intrecciano dentro una storia fatta di voci del passato e viaggi in autobus sovraffollati, in uno schema narrativo tanto semplice quanto efficace attraverso la memoria.

Baracche, fughe, soldi, povertà dilagante. Con Engkwentro (Scontro) di Pepe Diokno si torna nelle Filippine alla confusione di Manila. Richard e Raymond sono due fratelli inseriti ai lati opposti di una guerra tra bande. Richard è il capo di “Bagong Buwan” (“Luna Nuova”) mentre Raymond è appena entrato in “Batang Dilim” (“Bambini della notte”), una banda rivale guidata da Tomas. Quando Tomas assegna a Raymond il compito di uccidere suo fratello maggiore sorgono le complicazioni. Il montaggio di due lunghissimi piani sequenza divide giorno e notte, dalla radio il sindaco promette repressione, mentre le strade della città sono invase dalla violenza delle gang rivali e dalle City Death Squad, fantomatici squadroni della morte al saldo del potere, responsabili di molti omicidi irrisolti.

Masahista (The Masseur) di Brillante Mendoza ragiona sull’estasi, sulla vita e sulla morte e sull’amore. Una regia nervosa, veloce, fremente, muove la camera tra i corpi bruciati dai colori dell’amplesso ed il pallore rigido del lutto, scosso dal pianto decadente della scomparsa. La trama è minimale, Iliac lavora in una sala massaggi rivolta ad una clientela gay e pochi giorni prima di Natale perde una persona cara. Un film delicato e potente, spontaneo, pieno di luci notturne, sentimenti e poesia. Il montaggio alterna le confidenze fatte da un giovane scrittore sul lettino, nel retro di una sala biliardo usata come copertura, alla riunione familiare organizzata in occasione della celebrazione del rito funebre.

Songlap di Effendee Mazlan e Fariza Azlina Isahak è un dramma girato in Malesia nel 2011. Ad e Am sono due fratelli invischiati in un traffico di bambini, incaricati della consegna alle coppie che li hanno acquistati. Quando Hawa, la sorella del migliore amico defunto di Ad, resta incinta, comincia una corsa contro il tempo per salvare lei e il suo bambino. L’intenzione di aiutare Hawa spinge il rapporto con Am fino a un punto di rottura. Disagio e violenza, scommesse clandestine, famiglie polverizzate, padri invisibili, mamme desiderate, bordelli. Un microcosmo senza via d’uscita dove cresce il desiderio di fuggire per tracciare nuovi orizzonti di esistenza, prima di cadere vittima dello sconforto. Una voglia di cambiamento interessa anche Ché phawa daw nu nu (Tender are the Feet) di Maung Wunna dedica attenzione alla storia d’amore sbocciata tra un percussionista ed un’ambiziosa ballerina a margine di una compagnia teatrale birmana. Declinato nella forma del musical drama lo schermo si riempie di ombre e di suoni tradizionali, per poi passare al pop di inizio anni 70 quando arriva il momento di raccontare il sogno della danzatrice di cominciare una carriera cinematografica. Bianco e nero d’epoca, il film porta la data del 1973 con il Myanmar in piena dittatura militare, ed un conflitto immortale, la tentazione del successo contrapposta all’umiltà di un amore semplice ed affidabile. Interessante il ritratto della protagonista, illusa dal bagliore della ribalta e costretta ad aprire gli occhi su un mondo rapace seppur pieno di lustrini, la denuncia di un problema tuttora di scottante attualità.