L’ultima notte di Amore, di Andrea Di Stefano

Presentato in anteprima alla Berlinale 73, è il primo film in terra italiana di Di Stefano che si ispira al nero letterario milanese per un poliziesco capace di costruire empatia per buoni e cattivi

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Andrea Di Stefano gioca per la prima volta entro i confini nazionali, lui che inizia la sua attività attoriale a New York, studiando all’Actor’s Studio e recitando nel cinema indie di quegli anni. Dopo Escobar e The Informer, il regista si sposta a Milano per una nuova storia nera attraverso cui, anche sceneggiatore, Di Stefano rinnova la sua passione per i meccanismi narrativi ad incastro, per le traiettorie che giocano con le derive e gli incroci.
Da questo punto di vista le suggestioni da cui attinge L’ultima notte di Amore sono inequivocabilmente quelle della grande tradizione della letteratura crime milanese, e probabilmente quelle della generazione contemporanea dei Dazieri e soci, che da sempre tenta di trasportare sulle nostre latitudini il mood dell’hard boiled d’oltreoceano, tra le cui gallerie non sfigurerebbe il dolentissimo sbirro Franco Amore di Pierfrancesco Favino. Un’intera vita spesa a dividersi schizofrenicamente tra l’irreprensibile condotta per le strade, e i lavoretti nella zona d’ombra dei parenti maneggioni della moglie calabrese – fino a questa ultima notte da sbrogliare prima della pensione, in cui alla malavita meridionale si aggiunge la spietata mafia cinese.

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Di Stefano chiarisce il tono livido della messinscena sin dalla veduta aerea della Milano notturna che apre il film, e poi con un paio di virtuosi pianosequenza a seguire la moglie del protagonista mentre organizza il party a sorpresa per il nostro eroe, o la squadra di Amore che si sposta in gruppo – i pezzi forti sono ovviamente però le sequenze d’azione, come la sparatoria intorno a cui si costruisce l’intero inghippo o l’inseguimento tra Viviana e gli scagnozzi cinesi per il recupero della busta di diamanti.
Nella generale impalcatura da tragedia ineluttabile, la Viviana di Linda Caridi è una Lady Macbeth che non si limita a suggerire la presa di posizione sanguinaria al protagonista, ma interviene in prima persona fungendo da elemento inaspettato che spariglia i piani di tutte le parti in campo. È un peccato allora che Di Stefano si lasci andare, nel disegno del personaggio, a qualche tono caricaturale di troppo (la parmigiana portata al meeting con il boss cinese), come accade anche per la figura del cugino faccendiere, a cui Antonio Gerardi dona forse qualche accento grottesco in eccesso.

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Va meglio al disegno della famiglia di gangster orientali, che sembra uscita da qualche poliziesco di Hong Kong, e in generale Di Stefano sfrutta il sistema di andirivieni di flashback anche per costruire un numero notevole di figure di contorno e personaggi secondari che partecipano alla vicenda: come spesso si dice di operazioni simili, la protagonista aggiuntiva è per forza di cose la città di Milano, che la fotografia di Guido Michelotti tratteggia riportandone all’essenziale i tratti metropolitani, un crocevia di poliziotti tutti con accento con ogni evidenza non nordico, mercanti di pietre preziose ebrei, calciatori black in cerca di lusso da ostentare, carabinieri finiti nel giro sbagliato… Di Stefano è in grado di guardare con pietà ed empatia a (quasi) ognuno di loro, tanto che il Duomo che appare insieme all’alba, più che un chiaro segno di riconoscimento sembra assumere le fattezze di un miraggio di salvezza, “e abbiamo combattuto tutta la notte per ritornarci”, si sarebbe detto fossimo stati a Coney Island.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4
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Il voto dei lettori
2.67 (30 voti)
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