Rileggiamo Xenoverso, l’album di Rancore. Ma gli androidi provano rancore artificiale?

A un anno dalla nascita di ChatGPT rileggiamo le fobie insite nel confronto uomo-macchina attraverso il rap visionario di Tarek Iurcich

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“Mi hanno risucchiato, mi hanno sostituito
ora è tutto chiaro: io non sono io.
Se qualcuno pensa che sia impossessato
qui si sta sbagliando, tutto è anomalo.
Se qualcuno pensa l’universo sia tutto ciò che esiste
tu perdonalo!”

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Questo novembre ha festeggiato il suo primo anno di vita. Un anno di ChatGPT. Un anno di AI e conversazioni fittizie (?); 365 giorni di proto-fantascienza applicata, di Rivoluzione. 365 giorni di pressanti interrogativi su ruolo e avvenire dell’umano.

Ci hanno davvero sostituito? Sono forse in procinto di farlo? La domanda ricorre e si rincorre, naviga al di là dei confini del conosciuto, visita – a posteriori – la dimensione Xenoversale cantataci da Rancore ormai due anni or sono.  E qui si fa poesia, si fa ermetismo, semina dubbi e ansie; i medesimi che, intermedialmente, hanno angosciato e indirizzato il pensiero di generazioni autoriali e artistiche diverse. Le cyberfobie di Gibson e Kubrick, di Philip K. Dick e Wachowski(s); di quanti in prosa o fotogrammi, cowboy mutanti dell’interfaccia, hanno provato a raccontare il disarmonico incontro tra creatore e creatura, tra uomo e macchina.

Tarek Iurcich, aedo e neuromante postmoderno – da noi riletto e riosservato in quest’ottica – non è allora che uno degli ultimi cantori di questa ambigua collisione. Di un emozionante disagio musicalmente espresso, filtrato nel disco-dialogo tra cronosurfista e mezzo di trasporto, tra Rancore e Nave 507. In un viaggio spinto all’estremo dello spazio-tempo e nell’intimo dell’inquietudine umana, nel tentativo di svelare – forse – la risposta al più atavico dei quesiti: di cosa abbiamo paura?

Dispiegato lungo 15 tracce e 2 Skit, il rap visionario di Xenoverso sembra quasi poter mappare le teorie di tecno-avvenire ricamate nel tessuto cine-letterario passato e presente, riuscendo al contempo a specchiare il clima di protesta e dissenso scatenatosi nel corso degli ultimi mesi. Nei suoi testi confluiscono timori e rivendicazioni di un’umanità rabbiosa, pressochè disorientata dai suoi stessi artifici. E nelle sue visioni, evocate nel tortuoso intreccio tra realtà e sua futuristica sovrascrittura, riecheggiano le voci in sciopero degli addetti all’Immagine, placatesi solo a inizio novembre.

Spartita fra xenofobia tecnologica e rifiuto del rischio di clonazione, la lotta dei sindacati all’ultracorpo digitale assume così le sembianze di una resistenza hip-hop /analogica a processi di rimpiazzamento e programmatica zombification. Di una lotta alla sostituzione declinata in ogni sua “perversa” potenzialità, da uno sconsiderato utilizzo del deepfake, allo sfruttamento di una creatività surrogata. Nel nome di una ritmata e affilata ribellione che tagli le mani che sbucano da sottoterra/e stop…

Il disco però non indugia, continua a ruotare; libera tracce, scava più a fondo. Arriva lontano, a scannerizzare l’orrore di una terza guerra, a delineare i confini di un interminabile conflitto e un’umanità in balìa della fame di un mostro che non muore – di un’arma terribile in quanto non ha fattezza. E di là ancora oltre, musicando l’apocalisse, la fine e i suoi detriti. Teorizzando immondizia spaziale e masticando il terrore di una pillola rossa, fotografando l’idea di una “rediviva” cosmo-matrice.

Rancore rilancia, suggerisce cyber-panico; ridisegna il futuro nell’intelaiatura di un antico giogo, nel bug di sistema di un governo panottico e dittatoriale. Nella speranza di una liberazione ormai trans-umana e post-luddista, tristemente delegata all’azione di un cyborg: nato da vecchi relitti di guerra/primo prototipo anarco-droid/l’anima scritta dagli hackers e l’hardware/l’opera d’arte degli ultimi quattro mutoid.

Xenoverso è una vertigine, climax disordinato in cui rapper e “chatbot” non sono che postini interdimensionali in viaggio tra filosofia e allucinazioni visive e sonore. È un vento inafferrabile, l’incontenibile psicosi di un autore che, in 17 anni di carriera, ha ricercato con instancabile costanza l’imprecisabile incastro tra significante e sua chimerica decriptazione. E che, veleggiando da una composizione all’altra, diviene via via sempre più etereo.

Disperso tra costellazioni straniere e immensità del buio, Rancore si discosta infatti progressivamente dalla necessità/prigione della produzione di senso, liberandosi delle zavvore (extra)terrestri e ragionando su di un altrove ormai scevro di coordinate. Allontanatosi dal general consenso e da desolanti proiezioni cibernetiche, il poeta vaga così nella selva dei propri versi fino alla catarsi edenica, e, nell’aldilà immaginifico sotteso a ogni sua barra, rintraccia alfa e omega di ogni paura della nostra specie.

Solo qui, distanti anni luce da ogni timore di imminenti o ipotetici soggiogamenti, può infatti trovar sfogo il terrore che l’umano trova riflesso nella propria condizione; in una insostenibile tensione divina che nasce ex machina e sfocia in una potenza generatrice e – potenzialmente – autodistruttiva. Nella consapevolezza del pericolo di una irrimediabile perdita d’umanità che – trasferita a Intelligenze da noi stessi codificate – conferisca loro l’unicità che ci ha sempre contraddistinto.

Senza alcuna via di fuga da un’indistinguibile aderenza.

“Mi hanno sostituito, io non sono io
ho cercato un bottone per il riavvio…”

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