Madres paralelas, di Pedro Almodóvar

Gran ritorno del cineasta spagnolo che ritrova l’energia di un tempo nel filmare il dolore e riapre le cicatrici della Storia. Travolgenti Penélope Cruz e soprattutto Milena Smit. Concorso.

Ci sono le lacrime, i sorrisi, gli abbracci. Non sono però più quelli di un melodramma appassionatamente cinematografico che spesso ha segnato il cinema di Almodóvar. I colori accentuati degli interni, degli oggetti, dei vestiti, definiscono ancora gli ambienti e il look delle protagoniste. Ma con Madres paralelas la carne torna a respirare e il cuore a battere. Il nuovo film del regista spagnolo, in concorso alla 78° Mostra di Venezia, ritrova l’intensità delle figure femminili di Il fiore del mio segreto e Tutto su mia madre. In ogni primo piano su Penélope Cruz e di Milena Smit, accecante scoperta da Almodóvar dopo averla vista nell’action Non uccidere dove è stata candidata come miglior attrice rivelazione al Premio Goya e nella serie Netflix Alma, c’è dentro tutta la loro sofferenza, passione e tracce della storia della loro vita.

Si, si può raccontare tutta una vita, partendo da incontri occasionali. Si comincia con quello tra Janis (Penélope Cruz) e Arturo (Israel Elealde), antropologo forense che si deve occupare dell’apertura della tomba dove è stato sepolto il bisnonno assassinato durante la guerra civile spagnola. E poi c’è quello in cui Janis incontra l’adolescente Ana (Milena Smit) nelle corsie d’ospedale dove sono entrambe in attesa di una bambina. Dopo la loro nascita, restano in contatto. Poi le circostanze della vita le avvicineranno ancora di più.

Le ombre della morte attraversano da tempo il cinema di Almodóvar e si sono manifestate in modo ancora più visibile nel precedente Dolor y gloria. Madres paralelas non si chiude però solo dentro la dimensione più privata. Anzi, la nostra storia è indissolubilmente legata alla storia di altre persone. Possono essere familiari che non abbiamo mai incontrato. O anche perfetti sconosciuti. In ogni dialogo c’è però una spinta incontrollata, una voglia di scoprire sé stessi attraverso gli altri. Nella scena in cui Janis e ana si rivedono al tavolino di un bar all’aperto, c’è già il bisogno, anzi il desiderio, di incrociare le proprie storie anche dai semplici sguardi.

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Madres paralelas parla di maternità, ma anche di madri imperfette. Di paure, di conflitti mai risolti, di voglia di recuperare il tempo perduto senza però rinunciare alla propria carriera come la madre di Ana (Aitana Sánchez-Gijón) che ottiene il ruolo che ha sempre desiderato come attrice di teatro e abbandona di nuovo la figlia per andare un tournée con la compagnia. Dopo l’inizio, il film scioglie gradualmente tutti i nodi narrativi e porta spesso i personaggi faccia a faccia, nei loro primi piani, nei cromatismi rossi (il maglione di Janis ma anche porte, borse) dove scorre tutto il sangue del suo cinema.

È un film che si mette in gioco, che parla dei danni del regime di Franco e delle colpe del passato. Cerca un controllo, prima di tutto formale, poi si lascia andare. Basta un contatto, uno sguardo, una canzone di Janis Joplin. Ed esplode in uno dei finali più politici del suo cinema citando nei titoli di coda una frase dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano. Lo fa stavolta senza nessuna voglia di citar(si) addosso.. Non c’è solo, il cinema, il teatro, la letteratura, la fotografia che in Madres paralrlas ha un peso decisivo. Le sue protagoniste tornano a rivivere, a danzare, a sperare ogni volta che si apre quella porta. Quella del cinema di Almodóvar stavolta è spalancata, anche negli slanci passionali prima che nelle scene di sesso. Da tempo non appassionava ed emozionava così.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.57 (7 voti)
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