Old, di M. Night Shyamalan

L’ennesima bolla del cinema di Shyamalan, che riesce a condensare, nella temporalità aliena della sua spiaggia, il mistero e il senso di un’esistenza, dello scorrere delle cose

ATTENZIONE: Questa recensione contiene spoiler.

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Quelle sono videocamere”, dice a un certo punto il “piccolo” Trent alla sorella Maddox, riuscendo finalmente a capire il mistero di quei riflessi e quelle luci che si vedono lassù, in cima alla scogliera. Qualcuno sta riprendendo ciò che accade sulla spiaggia maledetta, una vertigine temporale dove ogni mezz’ora corrisponde a un anno di vita. Un gruppo di villeggianti si ritrova lì, senza sapere di aver in comune una particolarità: ogni nucleo familiare presenta una patologia, più o meno grave…. Che sia quella la traccia?

Ma, soprattutto, chi li osserva? È l’uomo che li ha accompagnati alla spiaggia, in escursione dal resort di lusso Anamika. E quell’uomo, pensa un po’, è proprio Shyamalan, che ancora una volta, come in Split, si ritaglia il ruolo di “osservatore”, di addetto alla sorveglianza. Un ruolo di cui non c’è traccia in Castello di sabbia, graphic novel di partenza, firmata da Pierre Oscar Lévy e Frederik Peeters. A ribadire l’importanza fondamentale, in questo cinema, dei dispositivi di controllo.

Ma, al di là di tutto, Shyamalan osserva impassibile i suoi villeggianti morire a uno a uno, rinunciando a esercitare i suoi infiniti poteri di demiurgo. “Neanche un Dio ti può salvare”. E sembra la risposta definitiva agli infiniti sguardi in macchina di tanti suoi personaggi, come quelli di E venne il giorno, che cercavano una via d’uscita in un fuori campo proibito, quindi impossibile. Al punto che, qui, quegli sguardi in macchina sembrano essere meno insistenti. Come se non ci fosse da chiedere più nulla, non ci fosse più alcun Dio a cui appellarsi. Anzi, semmai, ad essi corrisponde un controcampo indecifrabile, fuori fuoco, falsato. Come se tutto il mondo, lì intorno, non fosse che il corrispettivo imperfetto della vista sempre più debole di Gael García Bernal o dell’allucinazione mentale di Rufus Sewell, il dottor Charlie fissato con Missouri di Arthur Penn. (Perché proprio Missouri? Sarà perché Marlon Brando spiava dall’alto il fuorilegge Jack Nicholson, o sarà per il taglio chirurgico risolutivo di quell’incredibile western?). Ecco che Old si trasforma a poco a poco in una parabola lucida sui nostri congeniti difetti di percezione e comprensione: vista, udito, orientamento temporale e spaziale, capacità di decifrare gli indizi che punteggiano l’apparente, opaca insensatezza del reale.

Shyamalan ha l’intuizione di trasformare la spiaggia stregata di Lévy e Peeters in un gigantesco laboratorio di sperimentazione farmaceutica selvaggia. Suggerendo un immediato riferimento alla bolla pandemica, sospensione temporale da cui, inesorabilmente, stiamo uscendo (?) tutti più vecchi. Ma è solo l’ennesima bolla di un cinema che esplora e forza il perimetro opprimente delle nostre gabbie psicologiche e spirituali. I maledetti limiti difensivi, la condanna della paura, dell’incomprensione, della rassegnazione, della paranoia. E, ancora una volta, Shyamalan va alla ricerca, nelle maglie della struttura, di indizi, segni, simboli, possibili vie d’uscita. Il suo sguardo sembra meno contemplativo del solito, meno pulito nell’evidenziare la valenza di ogni elemento del linguaggio, di ogni parola e frase scritta dalla macchina da presa. Tutto ha un ritmo più sincopato, accelerazioni, movimenti misteriosi, ellissi, buchi, sottolineature emotive, passaggi a vuoto, quasi il film volesse accordarsi alla diversa temporalità della spiaggia. Eppure, quasi senza farsene accorgere, Shyamalan riesce a condensare il mistero e il senso di un’esistenza, dello scorrere inesorabile del tempo. Passaggi di età, cicli di nascita e morte, bellezze che sbocciano e sfioriscono, angoscia e accettazione, dolore e vicinanza, entusiasmo e disperazione.

Alla fine, qui non ci sono supereroi chiamati a rispondere alla propria vocazione. C’è un nucleo familiare che resiste, nonostante tutto, nella tenuta dei legami. Gael García Bernal e Vicky Krieps, Guy e Prisca, all’inizio sembrano non riuscire a guardarsi. Sono rivolti a due orizzonti diversi. Lei, curatrice di un museo, è tutta tesa al passato, alle macerie di un’archeologia privata. Lui, assicuratore esperto di indici di rischio, è ossessionato dal futuro. Sono due figure che guardano in direzioni opposte. E mancano il presente, inevitabilmente. Poi, nello scorrere delle ore (e degli anni), la distanza si ricompone e le cose tornano al loro posto. “Non ricordo più perché ero così arrabbiato” dice Gael Garcia Bernal con i suoi occhi stanchi, mentre Vicky Krieps a stento riesce ad ascoltarlo. La loro accettazione è già un punto d’arrivo. Mentre la soluzione dell’enigma è lì da sempre, riposa nei meandri dei nostri giochi infantili, nel deposito infinito delle esperienze passate. Essere ancora bambini, pur da adulti. Accettare il rischio, la disponibilità al gioco. Mantenere in vita, al di là delle ossa rotte, la parte più pura e inviolata della nostra anima.

Titolo originale: id.
Regia: M. Night Shyamalan
Interpreti: Gael García Bernal, Vicky Krieps, Rufus Sewell, Alex Wolff, Thomasin McKenzie, Abbey Lee, Aaron Pierre, Nikki Amuka-Bird, Ken Leung, Embeth Davidtz, Emun Elliott

Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 108′
Origine: USA, 2021

 

 

 

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.36 (14 voti)
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