Questo è il mio corpo. Jessie Ware all’Alexandra Palace

All’Alexandra Palace di Londra è andato in scena un più o meno consapevole processo di liberazione. E tra Ryan Murphy e Simon Reynolds pare quasi di essere tornati in possesso dei propri sensi

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Chissà se Simon Reynolds se n’è accorto.

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A distanza di tempo, il versante musicale della sua Retromania, quello più compiuto, teso tra suono, digitale, performance art è ancora uno straordinario laboratorio di riflessioni in costante divenire. E in fondo si tratta dell’unico modo che ha una lettura del genere, così frastagliata, di reggere al peso del tempo: emanciparsi dal suo creatore, quasi contraddirlo, a tratti, portare alla luce, ad esempio, il carattere violento e caotico di uno spazio digitale che per Reynolds è sempre stato un pacifico database da cui prelevare elementi da remixare, oppure soffermarsi su certi dettagli inattesi, che quasi riscrivono il fenomeno Retromaniaco da zero.

Pensiamo, ad esempio, alla clamorosa AutoRetromania di Taylor Swift, che a poco più di trent’anni è già pronta a guardarsi indietro, a trasformare il suo passato, i suoi dischi, in un diorama in cui far perdere gli ascoltatori. Ma riflettiamo, più semplicemente, su tutto ciò che ha significato, culturalmente, la pandemia.

Marzo 2020. Dua Lipa fa uscire il suo secondo disco, Future Nostalgia, giocoso viaggio nei suoni della dance colta anni ’70 e ’80 inseguendo le strobo dello Studio 54. In prospettiva la sua sarà una mossa di straordinaria, inconsapevole lungimiranza. Perché grossomodo in contemporanea al disco la pandemia scoppia e ci costringe a chiuderci in casa. Quello che era un progetto semplicissimo, diventa dunque uno strumento di liberazione, che ci permette di evadere dall’isolamento e di trasportarci, anche solo per un’oretta, nei locali più alla moda di New York.

La Retromania disco si ripiega sul presente, dunque, e inizia a muoversi sulle sue gambe, si fa strada in Plastic Hearts di Miley Cyrus, emerge nei dischi della sempre presente Rosylin Murphy e sopravvive, prevedibile, alla pandemia stessa, spesso astraendosi sempre più, come accade in Higher Than Heaven, di Ellie Goulding.

Tre anni dopo, questo discorso che incrocia dance colta e fascinazione per il passato pare sempre più una congiuntura Jungiana. Si tratta in effetti di una suggestione che, emancipatasi dall’emergenza pandemica, è diventata un vettore tematico centrale per raccontare certe propaggini del presente, le più urgenti: la liquidità della rete, l’archivio, lo statuto dei corpi. E non è forse un caso se il luogo di riflessione prediletto in questo senso sia il live, il concerto dal vivo, come a voler reclamare uno spazio da cui la pandemia ci aveva allontanato. Iniziò, prevedibilmente, la stessa Dua Lipa durante il lockdown, con il suo live Studio 2054 trasmesso unicamente in streaming ma che, spazio digitale a parte, provava a fare il verso alla sensualità dello Studio 54 (ancora), ma colpisce anche la lucidità di Miley Cyrus, che durante le esibizioni per presentare Plastic Hearts ricostruiva ogni volta da zero l’arrangiamento del singolo Midnight Sky, come a giocare con l’elemento archivistico del brano: una volta era una ballata, un’altra un grintoso pezzo hard rock, fino a svelare, con un elegante remix, il rapporto del brano con Edge Of Seventeen, di Stevie Knicks.

Stacco. Dall’Italia sembra un’esponente minore di quest’ondata revivalista ma Jessie Ware, inglese, attiva da più di dieci anni, pare tra quelle che ha più frecce al suo arco. Lo tradiva forse già What’s Your Pleasure, il suo Pandemic Album, che guardava a quella scena ma lo faceva senza abbassare la testa, portando in primo piano arrangiamenti di archi e giri di basso che non sfigurerebbero in un disco di quarant’anni prima. Quando arriva alla prova del live lo fa tre anni dopo, in grande stile e, soprattutto, con un album in più all’attivo, That’s Feel Good, che estremizza la Retromania del lavoro precedente.

Intendiamoci, anche sul palco dell’Alexandra Palace di Londra, dove il 18 novembre la Ware ha chiuso con una due giorni nella capitale inglese il tour dedicato all’ultimo disco, la sua pare una strana consapevolezza inconsapevole. Anzi, a giudicare dal setup tutto sommato contenuto (oltre a lei sul palco ci sono due coristi, un bassista che all’occorrenza può imbracciare una chitarra o suonare una tastiera, un batterista e due danzatori), verrebbe da chiedersi fin dove possa davvero spingersi Jessie Ware questa sera.

Ma forse fa tutto parte del gioco di contrasti, quello tra passato remoto e recente, tra l’Alexandra Palace, dimora signorile del 1873 convertita a spazio performativo ed il Pearl, il locale anni ’70 che, nella finzione scenica, dovrebbe essere il luogo in cui siamo immersi durante il concerto, ma anche, ovvio, quello della Ware stessa, che per il concerto interpreta il ruolo di Mother Pearl, Maestra Delle Cerimonie della serata come una qualsiasi Aretha Franklin dei tempi d’oro.

Ma si può parlare ancora di veri contrasti?

Piuttosto, Jessie Ware pare assecondare la liquidità del contesto con cui si interfaccia, ammettere che tutti gli spunti sono sullo stesso piano, senza gerarchie. Mother Pearl è null’altro che un suo avatar digitale e viene da chiedersi se il “Pearl” guardi più allo Studio 54 o agli spazi dello straordinario “Pose” di Ryan Murphy. Ma costantemente riconfigurato, prevedibile, è anche il suono. Non è un caso, forse, se i momenti migliori del live siano quelli centrali, in cui la scaletta prevede quattro o cinque brani spesso solo accennati, interpolati tra loro. Si vorrebbe fare il verso ai mixtape anni ’80 ma forse si guarda soprattutto all’algoritmo di una piattaforma come Spotify, che propone agli ascoltatori un repertorio accostato per comunanza di idee e mood perché “a loro è piaciuto sicuramente anche…”.

Jessie Ware

Poi tutto si ferma, Jessie Ware inizia a cantare sui primi accordi di Say You Love Me, uno dei brani del suo primo disco, lontanissimo da ciò che è diventata ora ma “pieno di brani che vanno comunque onorati e rispettati”, dice al pubblico. Chissà se si è accorta che non ha fatto altro che attivare nuovi ipertesti sul passato.

Ma forse il meglio accade nel controcampo. Perché il pubblico di Jessie Ware si muove, balla, liberissimo, ognuno a suo modo. Sono corpi, tutti diversi ma comunque corpi, che riprendono possesso dei loro spazi, delle loro identità. Si tratta, certo, di un passaggio che lascia emergere non poche domande. Siamo davvero noi, ad esempio, a muoverci? Perché se è vero che il pubblico si è dimenato per praticamente tutta l’ora e quaranta di performance è altrettanto vero che ad un certo punto, è la stessa Ware a invitare gli spettatori a ballare seguendo una coreografia che lei, dal palco, suggerisce come in un tutorial. Dove siamo, allora? Come siamo, allora? Siamo davvero padroni dei nostri corpi?

Si ma per capirlo dobbiamo passare da un altro punto d’ingresso, da uno sguardo liberato da una performance che praticamente mai i presenti filtrano attraverso lo sguardo dello smartphone.

@lydiarose369

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♬ original sound – lydiarose369

Forse basta quello. Siamo liberi. Siamo davvero noi a percepire ciò che avviene sulla scena. Solo così, tra l’altro, si spiega lo strano finale, con la Ware che passeggia a sorpresa tra il pubblico cantando Believe di Cher, come in un purissimo exploit Retromaniaco. I corpi si toccano, campo e controcampo si fondono e gli smartphone, evidentemente, tornano in scena per riprendere l’evento. Ma lo fanno, forse, con una nuova consapevolezza, quasi a essere testimoni di un mondo in cui è comunque la percezione tangibile ad essere in primo piano.

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