Re Granchio, di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis

Alla Quinzaine di #Cannes2021 il duo di Belva Nera e Il Solengo prova a tenere insieme realismo magico e ricostruzione antropologica, canto popolare da osteria e leggenda da pirati

Non so se possa davvero essere la secca sparatoria alla Raoul Walsh che divampa tra le rocce della montagna sull’isola “in culo al mondo” dove nel suo secondo atto plana il film, la cosa più sorprendente di questo exploit di Zoppis/Rigo de Righi, che a quel punto di forme, deviazioni e dimensioni ne ha già attraversate parecchie, dal Rossellini tv al Pasolini “mitologico” a un certo realismo magico dall’eco portoghese (più che spagnola, che è invece la geolocalizzazione di questo secondo capitolo della storia). Fatto sta che l’approdo di Re Granchio sembra in ogni caso la naturale evoluzione della galleria di solitudini in progress, estrapolata da canti e leggende popolari, portata avanti dal duo che seguiamo sin dall’esordio di Belva Nera (e poi del bellissimo Solengo). I primi due documentari erano fondamentalmente delle ricerche, peregrinazioni in cui le immagini lavoravano a tenere insieme e svelare le traiettorie della mappa ricostruita a forza di aneddoti da osteria, memorie frammentate e racconti cuciti in maniera creativa da generazioni di oratori, nello struggente tentativo di andare a scovare il rifugio di queste figure epiche di volta in volta evocate.

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Stavolta invece gli autori rinnovano uno degli incantesimi più rivoluzionari e liberatori del cinema, quello cioè di reinventare i destini, donare sepolture tra le maglie dei fotogrammi, immaginare destini inafferrabili, che solo l’occhio alato della creatura filmica riesce a raggiungere, a intravedere per un istante, quell’ombra piccola piccola tra i massi e i burroni che vaga senza meta e senza Fede, fino a comprendere, una volta per tutte, davanti alla visione di un fantasma di luce (il vero tesoro?), il significato del suo stesso mantra: non è il valore che trovi, è l’immagine che vedi.

La prima sezione di Re Granchio potrebbe apparire quella più puramente “antropologica”, squisitamente digiannesca (rituali, processioni in costume, volti “popolani”, polifonie vocali di antiche melodie tradizionali…), con la ricostruzione di questo fattaccio ottocentesco di prepotenze, provocazioni e vendette nel fuoco immerse tra i paesini, i castelli e le campagne della Tuscia, in cui un giovane sognatore, anticonformista e ubriacone, dà filo da torcere al principe della zona e al padre della pastorella di cui si è innamorato. Ma è già qui che Zoppis e Rigo de Righi iniziano ad agire sulla stratificazione dei segni (il dolly che supera la porta delle mura tenuta chiusa per un puro ghiribizzo del principe-padrone…), piccole allucinazioni evanescenti, improvvise suggestioni narrative solo accennate.
È vero, poi la simmetrica reincarnazione nella Terra del Fuoco del protagonista revenant – a cui dona una pazzesca, tesissima inquietudine l’artista romano Gabriele Silli – moltiplica esponenzialmente il gioco di miraggi, intrecci, incroci col fiabesco forse rischiando di mozzare un po’ il respiro alla materia della messinscena immergendolo in un universo alla Robert Louis Stevenson: ma nell’apparizione di quel granchio che si fa animale totemico e guardiano di tutte le verità ammantate di incantesimo del film c’è forse l’immagine più vitale di tutto il “bestiario” filmico di Zoppis e Rigo de Righi, non a caso una creatura che porta una corona da Re, più “alta” di qualunque principe dei tanti che popolano le storielle morali ripetute era dopo era nella tradizione dei nostri anziani.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.8 (5 voti)
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