Blog NET NEUTRALITY. Luigi Di Gianni non si presta!

È giusto etichettare Luigi Di Gianni come un antropologo prestato al cinema? Ci lascia a 92 anni un fenomenale scienziato dello sguardo, destinato a comunicare i segni di un reale certo, sotto le specie di un presente che presto non sarà più tale. Filmando, Di Gianni trasformava il presente in passato, ancor prima che fosse scomparso, relegandolo nella memoria artificiale del cinema. Così, sempre in bilico nel confondersi con coloro che osserva in una specie di simpatia mimetica e mantenendo l’attitudine di riserva e di distanza necessaria allo studio scientifico, che fa svanire l’oggetto di questo studio nello stesso tempo in cui lo coglie. L’antropologo con la macchina da presa induceva il genere a trasgredire le frontiere stabilite, debordando verso l’immaginario e lo studio del funzionamento del mito, mentre accordava nuovo spazio alla parola narrativa come veicolo privilegiato delle residue culture popolari. Cinquant’anni di attività attraversando le più variegate forme espressive, dal documentario etnografico, alla pellicola di finzione, dallo sceneggiato televisivo al film d’inchiesta, dal cortometraggio al lungometraggio.

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Ecco perché sarebbe inutile rispondere alla domanda iniziale. Sin dal 1958 con Magia Lucana, primo documentario con la supervisione di Ernesto De Martino, al suo ultimo lavoro (Carlo Gesualdo da Venosa del 2009), Dreyer, Von Sternberg, Whale sono stati al suo fianco, ma soprattutto due sono i punti di riferimento imprescindibili ad accompagnarlo idealmente e profondamente: Kafka e l’esistenzialismo. Nel 1978 “Il Processo” sulla Rai, perché il documentario è stato sempre un pretesto per fare cinema (nel 1975 ha girato Il tempo dell’inizio, primo ed unico film di finzione) perché non era importante il rapporto diretto con la realtà, perché era importante invece un rapporto costruito e con una realtà congeniale. L’essere gettato, l’essere in balia di qualcosa che è più grande, il nulla, il rapporto con il nulla, l’angoscia, costituiscono costantemente le colonne portanti del credo visionario di Luigi Di Gianni. Perché Kafka? Perché questo mondo si crede eterno, mentre le sue reazioni sono assolutamente prevedibili e ovvie.

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La gratuità e l’assurdo sono altrove, scendono dall’alto e crescono dal basso, come i riti pagani che si torcono intorno all’amor sacro. Perché l’esistenzialismo? Perché questo mondo in metamorfosi si crede in progresso e proiettato alla conquista dell’eternità, magari però quella stessa metamorfosi potrebbe essere una retrocessione, una castrazione. Ogni uomo o cosa o atto è segno di altro, rivelazione di altro. Di Gianni ha saputo quello che i suoi personaggi hanno soltanto vissuto. Sapere è qualcosa che precede l’azione del vivere, è la lucida epifania di chi ha già visto e vuole raccontarlo. Ecco perché sarebbe inutile rispondere alla domanda iniziale. Il suo cinema, non si presta (neanche all’epoca del dominante neorealismo), non ha bisogno di vedere la realtà, non cerca la cronaca dei fatti per raccontare la verità, tutto quel che occorre è nella facoltà di precorrere il tempo affidandosi alla memoria della tradizione. Ecco perché intorno a Luigi Di Gianni ruoteranno in eterno le costellazioni del sacro e del profano…