Tár, di Todd Field

Film imperfetto e fascinoso, confuso e complesso nello stesso tempo. Field si muove con coraggio tra la solida eredità formale del cinema d’autore e i dibattiti più urgenti sulle politiche identitarie

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Giocare con il tempo e con la forma per trovare una propria voce”. È questo il maggior insegnamento che la compositrice Lydia Tár eredita dal suo maestro Leonard Bernstein. Un segreto rivelato nella lunghissima intervista che apre il nuovo film di Todd Field (dopo 16 anni dall’ultimo Little Children e dopo 21 anni dal fortunatissimo esordio In the Bedroom). Del resto, Lydia Tár ha ormai eguagliato il maestro diventando la prima donna a dirigere l’Orchestra Filarmonica di Berlino ma soprattutto divenendo un brand culturale internazionale con la vittoria di un Emmy, un Grammy, un Oscar e un Tony Award. Quindi spaziando con disinvoltura dalla cultura d’élite della musica classica alla cultura di massa delle colonne sonore. Insomma, è una donna di potere in un settore tradizionalmente maschile dove ogni piccola variazione del canone viene considerata “non ortodossa”.

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Il film ragiona proprio sulle derive del potere e sulle percezioni simulacrali che crea, quindi sui sempre più urgenti quesiti etici nell’epoca dei (social) media globali. Un film che sa concedere il giusto tempo al personaggio per farci conoscere la sua austera e venerata figura pubblica (le felici intuizioni nell’esecuzione della quinta sinfonia di Gustav Mahler), nonché la sua ambigua e fragile condizione esistenziale (fantasmi interiori latenti che mettono in pericolo il rapporto con la sua compagna, con la loro figlia e con i colleghi di lavoro). Sì perché Lydia, in passato, ha probabilmente intrattenuto relazioni intime con due giovani compositrici sfruttando la sua posizione di potere e ignorando ogni possibile conseguenza. Una posizione che fa pesare ancora occultando indizi a suo carico e sviando l’attenzione della sua compagna di vita interpretata da Nina Hoss), l’unico vero controcampo etico che sfida lo sguardo della mastodontica prova attoriale di Cate Blanchett (in un’interpretazione già destinata ai più prestigiosi palcoscenici di quest’anno…).

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Ecco, questo è un altro punto decisivo su cui gioca Field: l’autorevole reputazione di Lydia Tár e l’altrettanto solido statuto iconico di Cate Blanchett creano nel film un vertiginoso cortocircuito che rende il personaggio molto credibile. Un cortocircuito che crea costantemente faglie emotive e rumori di fondo (rumori bianchi tanto per rimanere in tema veneziano…), rendendo straordinariamente perturbanti molte situazioni irrisolte e inintelligibili: il rapporto con la sua assistente Francesca, con i vicini di casa o con la nuova violoncellista. Ecco, Lydia si sente “a casa solo sul podio” come dice apertamente: la sua figura algida e apparentemente sicura si curva in improvvise verità quando dirige l’orchestra, emozionandoci e inquietandoci in movimenti ferini che smargineranno sempre di più nella sua vita quotidiana.

Fermiamoci qui. Todd Field si muove con sicurezza tra le alte referenze stilistiche a cui guarda evidentemente (Antonioni, Visconti, Coppola, Kubrick, Polanski), invitandoci a riattraversare un archivio di forme ampiamente riconoscibile (i modelli della modernità) per farlo poi scivolare nel thriller psicologico quando i fantasmi intimi si trasformano in realtà e accuse tangibili. Si discute abbondantemente di dinamiche di potere e relazioni intime, di politiche identitarie e derive della post-verità, di rapporto arte/artista e di cancel culture. Tutti temi delicatissimi e di stretta attualità che lo sceneggiatore-regista ha l’audacia di affrontare anche se non sempre riesce a focalizzare in un punto di vista nitido sul presente e/o sulle azioni del personaggio principale.

Ecco, Tár funziona molto di più quando cerca di creare abissi emotivi con le immagini (“la musica è ciò che noi proviamo quando la ascoltiamo”), e meno quando insiste su registri metaforici espliciti (le varie scene di confronti generazionali, un po’ troppo didascaliche). Arrivando infine a sfumare ogni possibile redenzione del personaggio in un’ultima mezz’ora frammentata e intasata che lascia più di un dubbio aperto. Eppure, si esce molto scossi e interessati da questo lunghissimo pedinamento emotivo. Tár è film imperfetto e fascinoso, confuso e complesso nello stesso tempo, che ha il coraggio di aggredire lo strettissimo presente (compresa la condizione post-pandemica) per farlo diventare materia narrativa pulsante. Un film che si ha voglia subito di rivedere per cercare nuove strade interpretative: forse per questo i titoli di testa sembrano concepiti come titoli di coda? Si sta per caso alludendo a un necessario loop ermeneutico? Insomma, nello spartito saldamente codificato del film d’autore festivaliero Todd Field cerca ancora di “giocare con le forme e con il tempo” del cinema per favorire ulteriori riflessioni fuori dalla sala. Non è poco.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
Sending
Il voto dei lettori
3.33 (3 voti)
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