The Last Duel, di Ridley Scott

Fuori Concorso a #Venezia78, da uno script di Ben Affleck e Matt Damon con Nicole Holofcener: più che a Rashomon si guarda a un The Affair in salsa medievale, ma Scott sa ancora gonfiare i muscoli

La maestosa sequenza d’apertura, dedicata al montaggio parallelo della vestizione corazzata dei due contendenti a duello e alla preparazione della mise di Lady Marguerite che vi assisterà dagli spalti, potrebbe ingannare chi ha creduto di intuire in questo nuovo film di Ridley Scott un ritorno al mood del suo mitologico esordio I duellanti. In realtà, la sceneggiatura di Matt Damon e Ben Affleck, scritta insieme a Nicole Holofcener (Please Give, Non dico altro) sulla scorta del romanzo omonimo di Eric Jager, subisce con ogni evidenza il fascino delle operazioni televisive “complesse” di questa generazione (Holofcener è d’altronde soprattutto una scrittrice per la tv), dove il Medio Evo è ormai una dimensione precisamente canonizzata. La struttura che riavvolge per ben tre volte (troppe?) la vicenda narrata, alternando i punti di vista dei due scudieri e della donna, non è insomma un omaggio a Rashomon quanto a serie dalla narrazione “eccentrica” come la capostipite The Affair, per dire (per restare su Scott, difficile credere che l’imminente House of Gucci si sarebbe mai potuto realizzare senza le American Crime Story di Ryan Murphy, come già probabilmente il precedente Tutti i soldi del mondo).
Ridley Scott dimostra così di essere cineasta che non ha perso il polso sul presente, non solo dal punto di vista linguistico ma anche di attenzione ai temi. Nonostante il processo possa portare alla morte in duello per il marito Jean e la donna ad essere poi efferatamente giustiziata in pubblico in quanto millantatrice, la Marguerite di Jodie Comer (interprete britannica anche lei di ascendenza televisiva, è l’antagonista centrale di Killing Eve) mostra infatti la volontà ferrea di chiedere giustizia per la violenza sessuale subita dal libertino Jacques Le Gris (Adam Driver), in un tempo in cui la sposa era “proprietà privata” dell’uomo. E’ chiara la metafora sul nostro presente in cui le riflessioni portate avanti dai movimenti “di genere” sostengono la necessità di “credere sulla parola” alle donne che rivelano il proprio essere state abusate, anche in assenza di prove (è lo stesso assunto portato all’estremo dall’Uomo Invisibile di Whannell nella scorsa stagione, e dal suo vertiginoso finale-manifesto sulla questione).

A chi sta scuotendo già la testa per paura della dittatura del politicamente corretto (ma quanto tarda ancora ad arrivare davvero?) ricordiamo che Ridley Scott è l’autore quantomeno del primo film metoo della storia di Hollywood, Thelma & Louise (e aggiungiamo anche che Damon & Affleck sono stati per anni i protégé di Harvey Weinstein…) – qui, si recupera quell’attenzione per la magnetica carnalità dei corpi, e per la carica sessuale che scintilla tra gli sguardi e lo sfiorarsi, che da sempre sottotraccia accompagnano le storie del regista. Agli altri, sappiate che lo Scott in frenesia da battaglia si fa vedere qui solo a sprazzi: soprattutto nella prima frazione, dedicata al punto di vista del Jean di Matt Damon, i tagli bruschi del montaggio sulle sequenze fulminee di guerra e combattimenti possono risultare particolarmente frustranti per chi si trova da queste parti più per ripercorrere il feeling del Gladiatore o di Robin Hood.
Va meglio nella seconda sezione dove capiamo che la vera questione di gelosia non coinvolge realmente la donna quanto la compagnia del bel Le Gris, conteso tra Jean e il principe Pierre di Ben Affleck, un bromance tra orge e baccanali che sembra quasi echeggiare gli eccessi dell’attore prima del rehab e del ritorno con J-Lo.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Il finale scatena una buona volta tutta l’epica muscolare del cineasta classe 1937, e del suo abituale, livido d.o.p. dell’ultimo decennio Dariusz Wolski: la sequenza del duello è una delle vette della produzione attuale del regista (superiore ad esempio alla resa dei conti sul Mar Rosso in Exodus), la cui capacità di plasmare le volumetrie del cinema a partire dagli elementi primari, la terra i corpi il movimento e la luce, rimane il punto di partenza per i manuali di messinscena del blockbuster contemporaneo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (3 voti)
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