Uncharted, di Ruben Fleischer

L’adattamento del videogame Naughty Dog è un rassicurante film d’avventura à la Bruckheimer inscritto nel corpo di Tom Holland. Tutto tiene ma a mancare è uno sguardo davvero personale sul suo mondo

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Uncharted, inizia con il protagonista Nathan Drake in caduta libera da un aereo cargo. È una sequenza da manuale, calibratissima, attraverso cui Ruben Fleischer adatta un momento cardine della saga videoludica da cui il film è tratto.

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Il regista vuole mostrare il suo debito nei confronti della fonte, si potrebbe dire, ma il gesto di Fleischer pare più il tentativo di guardare negli occhi una bestia oscura e minacciosa.

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Perché trasporre al cinema un franchise come Uncharted si è rivelata essere una sfida titanica. La saga Naughty Dog è infatti uno dei progetti che ha raccontato meglio il divario, forse incolmabile, tra cinema e videogame. Perché Uncharted è un videogioco paradossale, debitore del cinema avventuroso ma pronto a mettere il giocatore al centro di sequenze che solo il digitale può gestire, quasi impossibili da ricreare per la sala. Forse anche a causa di questo cortocircuito, il film esce dopo una gestazione lunga quasi quindici anni, che ha visto il progetto passare, tra gli altri, da Shawn Levy a Travis Knight ma coinvolgendo per un po’ persino David O. Russell.

Quello di Fleischer sembra però il nome giusto, almeno a giudicare dall’ottimo prologo, peccato che Sony abbia altri piani per il suo film.

Dopo anni di sviluppo l’azienda preferisce infatti trattare Uncharted come il punto di partenza di un nuovo franchise tutto rivolto al cinema, quasi ignorando non solo il legame con la fonte ma anche qualsiasi discorso “sintattico” che potrebbe svilupparsi nel dialogo tra i due medium.

Così la felice confidenza di Fleischer con un linguaggio lontano dalla sua sensibilità rimane confinata ai minuti iniziali, venendo al massimo smaterializzata in una serie di intuizioni disperse tra le immagini, che si legano ad esempio allo sguardo con cui il regista cattura la fisicità del protagonista Tom Holland, che dopo Far From Home è sempre più un  attore duale, al confine tra mondo digitale e reale.

Uncharted è in effetti un film totalmente inscritto nel suo corpo, nella sua atleticità e che si smarca da ogni confronto con il videogame raccontando l’inedita prima caccia al tesoro di Nathan Drake e l’incontro con il suo mentore Victor Sullivan, socio del fratello scomparso del protagonista: l’obiettivo è il tesoro di Ferdinando Magellano, a cui però ambisce anche Fernando Moncada, imprenditore senza scrupoli che reclama quell’oro per diritto di nascita.

Rimanere “nel cinema”, significa però abbracciare e subire quel cortocircuito su cui si regge la saga, oltreché ingabbiare Ruben Fleischer nel suo stile funzionale ma insapore, fatto di idee, immaginari assorbiti e rimasticati senza una vera consapevolezza.

Uncharted

Dopo il gangster movie ed il cinecomic anni ’90, ora il modello è offerto dunque dalle produzioni di Jerry Bruckheimer degli anni ’00 come Pirati dei caraibi ed Il mistero delle pagine perdute. Ma i prelievi si limitano a essere tasselli di un mondo tanto affascinante quanto vuoto, abitato forse dal solo Tom Holland, a cui la regia lascia il controllo del film. È lui a dettare il ritmo dell’azione, a posizionare gli accenti, Fleischer deve solo seguirlo e assecondarne gli exploit.

Senza una vera direzione l’attore si ripiega però nel tipo del teenager goffo su cui ha modellato il suo Peter Parker, mentre Fleischer riesce a stargli dietro solo nelle sequenze più dinamiche, perdendo la presa nei momenti più riflessivi.

Uncharted è un film caloroso ma dal passo diseguale, che da un lato non riesce a valorizzare certi interessanti legami dello script con uno spazio gamificato, e che dall’altro funziona in momenti inattesi, lampi improvvisi in cui cinema e videogioco sembrano trovare quella lingua comune che la diegesi nega loro di continuo, come in certi dialoghi tra Nathan e Sully o nello straordinario volo delle navi dell’ultimo atto.

Alla fine tutto si tiene, in Uncharted, ma il film non osa mai, non esce mai dal seminato. Quello di Fleischer è un film stanco, quasi pigro, a cui manca un’idea, uno spunto, che gli permetta di fissarsi nella mente dello spettatore e di costruire a partire da essa un franchise che riesca a reggersi anche al di là della fisicità di Tom Holland.

 

Titolo originale: id.
Regia: Ruben Fleischer
Interpreti: Tom Holland, Mark Whalberg, Antonio Banderas, Sophia Taylor Ali, Tati Gabrielle
Distribuzione: Warner Bros, Sony Pictures Italia
Durata: 116′
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7
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Il voto dei lettori
2 (2 voti)
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