VENEZIA 60 - "Zatoichi", di Takeshi Kitano (Concorso)
È il cinema come meccanismo ad esplodere fantasmagoricamente in questo film: il cinema come meccanismo sensoriale che sollecita la vista e l'udito a compiere evoluzioni irreali e, allo stesso tempo, straordinariamente legate alla terra

Una scena di duello all'interno di una casa. I personaggi sono vestiti con gli abiti tradizionali dei film di samurai giapponesi; le loro spade si muovono veloci. Ad un certo punto qualcuno tira fuori una pistola. È un modello di inizio secolo, uno strumento tecnologico che immediatamente sembra stonare con l'ambientazione del film, che apparentemente rimanda al medioevo nipponico. Siamo nel XIX° secolo, nel momento in cui il cinema stesso muove i suoi primi passi, anche se i personaggi del film sembrano non accorgersene, congelati nel rito di una narrazione epica, fatta di eroi pronti a morire. Una contestualizzazione storica che proietta il film da una dimensione che smbra sospendersi nel tempo ad una realtà storica cui continuamente allude. Non si tratta però di una banale ricaduta nel realismo della Storia, ma si tratta di lasciare delle tracce, dei segni che permettono a Zatoichi di Takeshi Kitano - indubbiamente uno dei capolavori assoluti di questa mostra veneziana - di fare della finzione, della virtualità che lo costituisce (e che costituisce da sempre il cinema) un mezzo per attualizzare le immagini, proiettarle contemporaneamente dentro e fuori dal tempo. Le tracce si moltiplicano. Ai margini (apparenti) della narrazione si collocano le danze che sono disseminate lungo tutto i film. Zatoichi, il ronin cieco, attraversa lentamente un campo dove dei contadini stanno zappando la terra. I loro movimenti ritmici entrano immediatamente in armonia con la musica che accompagna la scena, sono parte integrante della colonna sonora, con la stessa intensità, con la stessa importanza. Il suono si fonde armonicamente pur proveniendo contemporanemente dal fuori campo e dall'interno della scena. Ancora una volta i due piani, due dimensioni dello spazio e del tempo si fondono, si intersecano pur mantenendo la loro autonomia. È lo spazio della finzione dunque ad emergere con tutta la sua forza, anzitutto con la caratterizzazione dei personaggi: Zatoichi (lo stesso Kitano) porta i capelli corti e ossigenati, si muove con una spada nascosta dentro un fodero di bambù dipinto di rosso. Il colore brilla nel film come effetto di finzione, fantasmagoria che proviene direttamente da Dolls e forse da ancora più indietro. Le ferite sanguinanti esplodono in irreali fiotti di colore rosso ricreati grazie alla grafica computerizzata: "non è sangue, è rosso!" avrebbe detto Godard, e tutto in Zatoichi sembra dargli ragione. È il cinema come meccanismo ad esplodere fantasmagoricamente in questo film: il cinema come meccanismo sensoriale che sollecita la vista e l'udito a compiere evoluzioni irreali e, allo stesso tempo, straordinariamente legate alla terra. Nello splendido finale tutta la costruzione filmica (dei corpi, dei colori, della narrazione, della danza e della musica) si sintetizza nel tip tap del gruppo di ballerini giapponesi "The Stripers", a cui si aggiungono tutti i protagonisti del film (tranne Kitano). Gli sguardi rivolti in macchina e i volti sorridenti alludono ad una dimensione ludica (e serissima) del cinema a cui Kitano sta ormai lavorando da tempo. Ma il film non finisce. Con un ultimo scarto, Kitano attesta ancora una volta che ciò di cui si sta parlando, ciò che si sta mostrando è qualcosa che ci riguarda e ci riguarda ora: uccidendo l'ultimo dei cattivi, Zatoichi, che è cieco, apre gli occhi stupendo l'altro: "Perché fai finta di essere cieco?" "Perché i ciechi sentono meglio". Un sentire come approccio ad un nuovo modo - attuale - di fare e vedere cinema che permetta di penetrare più a fondo e più intensamente, anche perché, come dice l'ultima battuta del film: "anche con gli occhi aperti non riesco a vedere niente!".
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