"The Missing", di Ron Howard
Dopo il trionfo di "A Beautiful Mind" e l'annesso risarcimento critico, anche nell'affrontare il genere western con "The Missing" Ron Howard si conferma lucido esecutore di un cinema autodeterminantesi , quindi classico e moderno, intenso e discreto insieme.

Dopo il trionfo di A beautiful mind e l'annesso risarcimento critico, Ron Howard si conferma lucido esecutore di un cinema autodeterminantesi , quindi classico e moderno, intenso e discreto insieme. Dotato di una forte tempra cormaniana con la quale ha saputo affrontare tutti i generi, non poteva temere l'operazione The Missing, a rischio di paragoni illustri e forse inimitabili nel nuovo millennio. Howard sa di non poter riproporre la stessa visione fordiana degli spazi e del tempo che si ammirarono in Sentieri selvaggi dove la Monument Valley veniva conosciuta come per la prima volta e diventava un personaggio in contatto diretto con le ossessioni di Ethan/John Wayne. La sua macchina-cinema inventa così un set che sfrutta l'elemento naturale per generare un non-luogo artificiale, dove lo spazio sterminato di un Sudovest immaginario, privo di confini (il valico del New Mexico è più un presagio di morte che una concezione geografica) o strutture di riferimento può paradossalmente stimolare l'interazione tra corpi, anime e culture. Oltre l'epicità di Cuori ribelli, oltre l'intelligenza incantata e allucinata di Fuoco assassino.
Ciò che veramente scompare nel film non è solo la giovane Lilly, rapita con altre ragazze da una banda di Apache intenzionata a venderle come schiave oltre confine. E' l'ipotesi di un manicheismo impossibile, che più volte sarebbe stato rimproverato all'ex amico di Fonzie in Happy days (il leggendario telefilm che avrebbe colpevolmente seguito in gioventù gran parte dell'attuale dirigenza diessina secondo Nanni Moretti, è bene ricordarlo). Non si rinuncia tuttavia ad un ideale di redenzione salvifica che faccia emergere il Bene. Ma è un Bene sempre più nomade, trasversale, sotto traccia. Come tutto il cinema di Ron Howard. Tutto è rimescolato e rimesso in rete come gli attuali tempi richiedono, senza in/volontari riferimenti a scenari attuali. La banda comprende infatti fuorilegge bianchi e transfughi indiani che hanno tradito le loro tribù arruolandosi nell'esercito americano come guide, per poi fuggire in seguito a maltrattamenti. Così gli indiani sfruttano le invenzioni dei bianchi, che i bianchi magari disprezzano o maneggiano ingenui (l'automobile o il telegrafo). Pesh Chidin, il "brujo", lo stregone che sa leggere l'anima, gira agghindato con le fotografie delle sue vittime. La "macchina delle facce" viene usata per promuovere l'immagine delle ragazze, truccate volgarmente e sacrificate in corsetti pacchiani. Samuel Jones, incarnato da uno straordinario fugitive-hunter Tommy Lee Jones, torna dalla famiglia, abbandonata vent'anni prima per seguire gli Apache e fare ritratti di animali, per combattere la maledizione del serpente a sonagli.
Alla fine si può leggere l'avventura come simbolo di un percorso di amore, perdono ed espiazione familiare. Non è un caso se a guidarci come ne Il Grinch sarà lo sguardo di una bambina, la piccola Dot. Una visione quasi come quelle del matematico interpretato da Russell Crowe. Una via crucis indiana con le sue stazioni. Lilly, che mal sopporta la vita rurale e sogna la città, viene rapita dopo che Jones viene respinto dalla famiglia. La fattura che il "brujo" esercita su Maggie/Cate Blanchett, la figlia guaritrice di Jones (che vi si creda o no... in questo Howard sfoggia una tolleranza laica che non si riscontrava dal Geronimo di Walter Hill) è un momento di avvicinamento ad un mondo diverso che prima si avversava. Il sacrificio da indiano di un padre che indiano non potrà mai essere completamente perché combattuto "tra un cane buono e uno cattivo" è il definitivo ritorno a casa. In fondo c'è ancora un lieto fine, chiamiamolo così.
Titolo originale: The Missing
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Ken Kaufman, tratta dal romanzo "The Last Ride" di Thomas Eidson
Fotografia: Salvatore Totino
Montaggio: Dan Hanley, Mike Hill
Musiche: James Horner
Scenografia: Guy Barnes
Costumi: Julie Weiss
Interpreti: Tommy Lee Jones (Samuel Jones), Cate Blanchett (Maggie Gilkeson), Evan Rachel Wood (Lilly Gilkeson), Jenna Boyd (Dot Gilkeson), Eric Schweig (Pesh-Chidin), Aaron Eckhart (Brake Baldwin), Val Kilmer (tenente Jim Ducharme)
Produzione: Brian Grazer, Daniel Ostroff, Ron Howard per Revolution Studios/Imagine Entertainment
Distribuzione: Columbia TriStar Films Italia
Durata: 137'
Origine: Usa, 2003
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