"Wimbledon", di Richard Loncraine
Tra la commedia romantica e la ripresa di certi schemi della commedia sportiva, l'opera di Loncraine vive di continui alti e bassi, lavorando sul ritmo e sulla precisione del racconto, ma lasciando quasi sempre in secondo piano l'aspetto più emotivo, quello che si aspetta con pazienza, lo strappo insomma che però non arriva mai.

E' un cinema che si fa continuamente attendere quello di Wimbledon, diretto dall'inglese Richard Loncraine che si fece conoscere per Riccardo III (1995). Tra la commedia romantica e la ripresa di certi schemi ormai collaudati della commedia sportiva infatti, l'opera di Loncraine vive di continui alti e bassi, lavorando sul ritmo e sulla precisione del racconto, ma lasciando quasi sempre in secondo piano l'aspetto più emotivo, quello che si aspetta con pazienza, lo strappo insomma che però non arriva mai. Dal primo incontro tra i due protagonisti infatti (lei sotto la doccia, lui che entra per sbaglio nella stanza evidentemente sbagliata), al successivo racconto di un amore ostacolato dal padre di lei (Sam Neill), non si avverte leggerezza e fantasia, ma si respira l'aria di un cinema con cui si fa fatica ad entrare in sintonia, un cinema che mette tutti i corpi al punto giusto, ma che non sa darli vita, che non riesce a regalare loro mai vera libertà. Dai genitori del protagonista (un Paul Bettany davvero poco convincente) relegati ad una sorta di controcampo lontano durante le partite di tennis del figlio, ai bozzetti rappresentati dal fratello e dall'amico, il cinema di Wimbledon non sa dare vero spessore ai corpi, ecco, forse è questo il suo vero problema. In alcuni momenti lo sguardo di Loncraine indugia sin troppo su una sorta di soggettività forzata (lo zoom digitale sull'occhio di Bettany che sta per battere, la sua voce fuori campo che si sforza di spiegare sin troppo quello che sta avvenendo fuori e dentro il campo di gioco), perdendosi nella costruzione di una messa in scena tenuta sempre un po'a distanza, con un atteggiamento eccessivamente sostenuto. Tanto che la differenza spesso la fa proprio la strepitosa fotografia di Darius Khondji, come nella sequenza della fuga notturna in macchina dei due protagonisti, con quella luce che sfuma l'oscurità con il pallore dell'alba appena giunta, ma anche in quei bagliori delle tante panoramiche sui volti degli spettatori e sul manto verde su cui si sta giocando la partita. Per il resto non mancano momenti notevoli, attimi di grande sospensione in cui esce fuori quello che sarebbe potuto diventare il film (il momento in cui Bettany e la Dunst mimano antonionamente il movimento del gioco, per poi abbracciarsi e osservare in cielo una splendida stella cometa), rappresentati forse al meglio da quella sequenza nel finale in cui la Dunst, in procinto di partire, viene circondata da centinaia di diversi monitor in cui appare Bettany intervistato prima della finale. Sembra un'immagine catapultata dall'universo magico del Kasdan di Mumford (lui sì capace di immaginare un cinema fantastico e crepuscolare come pochi oggi), un momento di pura forza evocatrice destinato però a morire in un cinema a corto d'ossigeno.
Titolo originale: Id.
Regia: Richard Loncraine
Interpreti: Paul Bettany, Kirsten Dunst, Sam Neill, Jon Favreau, Austin Nichols, Danny Baker
Distribuzione: UIP
Durata: 98'
Origine: Francia/Gran Bretagna, 2004
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