TORINO 24 - "Nessun capolavoro, solo un muro". Incontro con Claude Chabrol

Seconda parte per l'imponente filmografia del regista francese che si sente un artigiano e che dice di se che con i suoi film ha voluto creare, più che capolavori, un solido muro. Un autore che trova nella estrema precisione di ogni particolare la misura rigorosa del proprio cinema.

Si spengono le luci e attacca Coup de vis  cortometraggio girato da Claude Chabrol in betacam con la complicità di alcuni amici di una Tv privata. Dieci minuti che guardano il crescere della tensione attraverso il parabrezza bagnato di un'automobile. Prende così avvio l'incontro che il Torino FilmFestival ha organizzato per il regista francese. Quest'anno la seconda parte della sua imponente filmografia completa l'opera iniziata lo scorso anno e la bonomia del regista è rimasta la stessa. Accompagnato dal figlio Thomas e dalla moglie Aurore è come sempre disponibile alla conversazione.

 

Non ha mai girato cortometraggi per quale ragione questa volta si è cimentato in questa esperienza...

Si è vero all'inizio della mia carriera ne ho fatto uno, poi ho deciso di smettere. Il cortometraggio è sempre una trappola. È molto più facile sbagliare un cortometraggio che un lungometraggio e se lo sbagli diventa molto più evidente che per un film lungo. Non nego che il cortometraggio sia una buona scuola per chi comincia, ma è pericoloso. È la stessa cosa che scrivere una novella o un romanzo. Io all'inizio non credevo che fosse così, ma devo dire che è vero. Non è solo una questione di lunghezza.

 

Nei suoi film è affascinante la durata si ha sempre l'impressione che siano della lunghezza esatta.

È molto importante sapere, prima di iniziare, su quale tempo si vuole lavorare. Realizzare un film di un'ora e mezzo è completamente diverso che realizzarne uno di due ore. Per questa ragione è necessario stabilirlo prima. Per questo lavoro mi avvalgo della preziosa collaborazione di mia moglie Aurore e poi tengo un quaderno sul quale appunto esattamente il tempo della sequenza che dalla pagina scritta passa alla pellicola.

 

In questa retrospettiva, però pare esserci una vendetta, questa estrema precisione si scontra con una sorta di durata globale dei suoi film, che comunque a volte non paiono mai invecchiare...

Forse anche per me vale la stessa cosa. Ho l'impressione di girare sempre in un presente continuo. Giro film da 50 anni e ho sempre tentato di captare l'atmosfera giusta del momento in cui giravo. Forse questa è una ragione per cui spesso non si percepisce l'invecchiamento. Anche se in realtà per alcuni di essi si avverte e sono quei film che si fanno "alla moda" questi sono i primi film che passano di moda e come tali invecchiano. Speriamo almeno che diventino storici.....

 

È per questa ragione quindi che guardando i suoi film si ha l'impressione di vedere un unico grande film...

Mi sono sempre considerato un artigiano e quando mi sono reso conto di non essere un uomo da capolavoro mi sono detto che con il mio cinema avrei dovuto costruire un muro solido con molti mattoni altrettanto solidi e così qualcuno mi avrebbe dovuto tenere in considerazione. È quello che ho tentato di fare nella mia carriera. Un solo muro solido.

 

Ma dalla Nouvelle vague ad oggi come è cambiato il suo cinema se è cambiato ....

Faccio solo i film che davvero voglia di fare, ma credo di avere mantenuto le stesse idee che avevo nel passato. Certo con gli anni le idee si precisano meglio e anche le cose che si realizzano, di conseguenza sono più precise. Non credo di essere cambiato, forse sono diventato più indulgente verso alcune cose nei confronti delle quali prima non trovavo alcun interesse, ma per il resto mi sembra che tutto sia rimasto com'era prima.

Lei ha ambientato la larga parte dei suoi film nella provincia francese lo ha fatto per una ragione precisa e sarebbe interessante capire perché lo spettatore, catturato dalla sue atmosfere, alla fine del film sembra che voglia saperne sempre di più sui suoi personaggi.

Partiamo con la questione della provincia. Il mio temperamento mi spinge a guardare più con il microscopio che con il telescopio. Il problema delle grandi città, (ho vissuto molto tempo in una grande città.)., è quello che il mio amico Antonioni definisce della comunicabilità. Non ho mai avuto problemi di comunicabilità. Devo confessare che è un problema che non mi riguarda. Forse per questa ragione guardo con interesse al mondo della provincia. Ma non sono né il primo, né l'ultimo. Molti altri si sono interessati a tutto quello che non è la capitale.

Quanto all'altra domanda devo dire che al cinema e in letteratura la fine è come la morte. Cosicché devo stabilire quando fermarmi e ciò accade quando il tema principale è stato trattato in modo completo. Certo, restano i temi secondari, che di solito dipendono da quello principale, ma i personaggi sono più importanti dell'intreccio e anche per loro, in fondo, il film è una parentesi della loro vita. Ciò forse ci fa capire perché un film non può risolvere i problemi della vita. Quando nei miei film si scopre l'assassino non tutti i problemi sono risolti, ne restano altri e spesso diventano argomento per i miei prossimi film. Non mi va di essere schiavo della trama e la cronaca mi interessa solo perché c'è un fondo di realtà.

 

Vedendo i suoi film si ha l'impressione di percorrere uno spazio...

Il concetto di spazio nel cinema è molto importante. Tutto parte dall'inquadratura che è l'unica cosa che si può controllare. Non potrei pensare al cinema senza pensare al controllo dell'inquadratura. Il regista deve sapere tutto ciò che c'è dentro l'inquadratura e tutto ciò che ne esce e dove finisce un personaggio quando ne esce. Nell'ultimo film che sto girando, per ragioni particolari, gli attori sono inquadrati sempre da un lato dell'inquadratura. Certo mi domando se lo spettatore lo percepirà. La posizione degli attori all'interno dell'inquadratura è decisiva e non capisco chi non la consideri. Per cui, come si comprende, il concetto di spazio è decisivo nel cinema.

A proposito di inquadratura non potrò mai dimenticare l'insegnamento capitale di Rossellini il quale un giorno mi disse che quando l'idea risulta perfettamente trasferita nell'immagine, nell'inquadratura, bisogna immediatamente passare a quella successiva. Credo che sia essenziale tenere a mente questo insegnamento.

 

Qualche parola sul suo rapporto con gli attori e con Isabelle Huppert in particolare ha cambiato il suo modo di fare cinema

Il mio rapporto con gli attori di solito è molto buono e la Huppert non è l'unica attrice sulla terra, mi fa molto piacere invitarla a lavorare nei miei film e la invito ogni volta che posso, ogni volta cioè che la sua recitazione si incolla perfettamente al risultato finale che voglio ottenere. Se così non fosse così cesserebbe ogni rapporto. Questo mi fa risparmiare molto tempo e il tempo, nel cinema, è fondamentale. Anche se non detto che ciò che si scrive in 40 giorni venga meglio di ciò che si è scritto in 25. Il tempo maggiore non sempre corrisponde ad una migliore resa finale. È un mistero del cinema e dell'arte in genere.

 

Va al cinema e ogni tanto le capita di vedere film italiani...

Vado molto poco al cinema e quando ci vado mi accorgo che spesso la gente guarda me che guardo il film...così preferisco vedere i film nella mia meravigliosa tv di casa. Non mi piacciono le anteprime con quei terrificanti cocktail e aperitivi e comunque non vedo mai i i miei film al cinema.

Quanto al cinema italiano lo vedo poco anche quello, per cui non sono un esperto. Il cinema italiano ha passato degli anni terribili, ma ora mi pare che le cose stiano migliorando. Di recente ho visto due film che mi sono sembrati molto buoni Respiro e i I cento passi c'erano delle cose interessanti...e comunque la situazione per il cinema italiano non è disperata se un vecchio combattente come Monicelli sta girando un film. Finché ciò accade e autori come Monicelli fanno film è sempre buon segno.

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