CATTIVE LETTURE - Chuck Palahniuk
In Palanhiuk, al di là dell’originalità delle storie, di quel misto di assurdo e pornografico, tragico e comico, c’è sempre la presenza di una scrittura che viene prima di tutto pensata, inserita in una forma e poi messa su pagina.
Se stai per metterti a leggere,evita.
Mai consiglio è stato tanto sbagliato, perché gli occhi dopo queste parole non possono fare altro che andare avanti. Perché le frasi, quelle che seguiranno, porteranno il lettore in uno stato ipnotico, in cui la mente diventerà famelica, dipendente dalle parole. Volendone ancora. E ancora.
Chuck Palahniuk, con Soffocare, appena uscito nelle sale nella versione diretta da Clark Gregg, è all’apice del suo talento, della sua capacità di padroneggiare il materiale narrativo, sapendolo incanalare in una struttura che si basa sulle regole del montaggio intellettuale, in cui il senso di ogni capitolo si costruisce tramite il susseguirsi e il ripetersi di frasi e periodi. Il metodo di Palahniuk, mutuato dal suo maestro Spanbauer, è così preciso, chirurgico e allo stesso tempo sorprendente, spiazzante che alla fine di ogni capitolo si rimane qualche secondo a chiedersi cosa si è letto. Poi arriva improvvisa la comprensione. E con essa un nuovo modo di guardare le cose. Lo scrittore utilizza frasi brevi, semplici, alcune sembrano prese dai componimenti poetici della filosofia zen e attraverso di esse si arriva al Satori, all’immediato risveglio. Molti dei personaggi dei libri di Palahniuk ricercano proprio questo. Un cambiamento. Un passaggio.
Anche Victor Mancini, protagonista di Soffocare, cerca di dare una svolta alla propria vita. E questo processo di conoscenza di se stessi (che in Fight Club avveniva tramite la consapevolezza del dolore) si sviluppa attraverso una serie grottesca di azioni (fare finta di soffocare, lavorare in un villaggio in cui si sicostruisce la vita del 1734) e situazioni paradossali (le sedute dei sessodipendenti, l’ospedale psichiatrico dove è rinchiusa la madre).
In Palahniuk, al di là dell’originalità delle storie, di quel misto di assurdo e pornografico, tragico e comico, c’è la presenza di una scrittura che viene prima di tutto pensata, inserita in una forma e poi messa su pagina.
Palahniuk taglia il paragrafo in varie parti montandole poi tra di loro. C’è la sperimentazione di Burroughs e la precisione formale di Ejzenstein, c’è l’attenzione per il linguaggio di De Lillo e una maniacalità per il dettaglio lessicale e il termine tecnico propria di uno specialista. Tutto questo si unisce in una mente capace di osservare il mondo e le cose sempre da altri punti di vista, un occhio capace di farti vedere la realtà e il suo funzionamento in altri modi, esplorando quegli antri oscuri, sconosciuti, in cui spesso il pensiero rifiuta di penetrare. Quelle dimensioni proprie della natura umana e della sua sconvolgente ambiguità.
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