VENEZIA 64 - "Sad Vacation" di Aoyama Shinji (Orizzonti)

La storia devia ad ogni istante, quando sembra risolversi, si complica seguendo le complesse relazioni dei personaggi. Un film che fa dell’apparente incoerenza il corrispettivo esatto dei conflitti messi in campo. Da un lato il desiderio di libertà e d’indipendenza, dall'altro il bisogno d'amore, la necessità di un’appartenenza

Titoli di testa che scorrono su inquadrature dall’alto, un ponte rosso, case basse, provincia giapponese, quasi Midwest, strade che s’annodano e si snodano, spazi ampi, polverosi, il giallo della calura estiva, una canzone triste, sad appunto, al suono di chitarra e voce. L’inizio di Sad Vacation, l’ultimo film del giapponese Aoyama Shinji, autore di Helpless, Shady Grove, Eureka, Crickets, ha qualcosa di western, di sconfinato e solitario, virilmente nostalgico. Prima impressione, che trova a modo suo varie conferme. Perché se una delle chiavi del western è il rapporto tra i personaggi e lo spazio, il film di Aoyama sembra giocarsi in gran parte sulla fondamentale contrapposizione tra il caos dell’avventura e del percorso individuale e il chiuso della casa e della famiglia/clan. Kenji (Asano Tadanobu) è un ragazzo dal passato burrascoso. La madre lo ha abbandonato sin da piccolo, il padre alcolizzato è morto suicida. Un’adolescenza fatta di violenza, segnata dalla morte dell’amico fraterno Yasuo, un fantasma che ritorna, affiora, prepotente, ossessivo. Kenji si muove come un convalescente, apparentemente svagato, ma profondamente responsabile. Sopravvive a modo suo, con lavori da autista notturno, mantiene Yuri, la sorella dell’amico morto, e si prende cura di un bambino cinese clandestino, destinato a esser venduto come schiavo. In uno dei suoi servizi notturni s’imbatte in Mamiya, titolare di una ditta di trasporti in cui sono impiegati soggetti difficili ed emarginati, una sorta di comunità privata di recupero. Qui Kenji riconosce sua madre, Chiyoko. I due s’incontrano dopo tanti anni e Kenji accetta di andare a vivere a casa Mamiya. Ma il suo arrivo è destinato a cambiare diversi equilibri. Difficile raccontare la trama di Sad Vacation. Devia a ogni istante. Quando sembra risolversi, si complica seguendo il complesso andirivieni delle relazioni tra i personaggi. Al punto da poter far storcere il naso ai puristi per la sua dichiarata incoerenza. Ma proprio grazie a essa, Aoyama trova il corrispettivo esatto dell’universo che racconta, percorso dalla continua contrapposizione tra l’esigenze di libertà (di Kenji e Kozue ad esempio) e l’universo chiuso, protettivo della casa famiglia, gelosamente custodita dalla madre solo apparentemente “degenere”.
Aoyama sa perfettamente che “nessuno è mai solo”, che il sogno d’indipendenza deve fare i conti necessariamente con il bisogno della relazione con l’altro. Due istinti che troppo spesso arrivano all’aperto conflitto, sfociando in odi, abbandoni e distanze laceranti (vacations) desideri di vendetta, vere e proprie tragedie, forze centrifughe e disgregatrici. Ma ogni crisi si ricompone di fronte al sentimento primario dell’amore, inteso come “aver cura”. Ecco l’interrogativo fondamentale del film. La famiglia, quell’universo protettivo, quel posto in cui tornare, è possibile solo nei legami di sangue, o dipende esclusivamente dalla capacità dei suoi componenti di prendersi cura l’uno dell’altro? Chi è il padre? E’ solo quello biologico, o è colui che si assume la responsabilità della protezione del figlio indifeso? Mamiya non è forse un padre per i suoi dipendenti? E Kenji per Yuri? E Chiyoko non è in fondo la madre di tutti? E’ chiaro che poi nell’aver cura sia implicito anche un peso, una fatica. Ma il dolore si sopporta per la necessità di un senso di appartenenza. Aoyama non dà risposte definitive, semmai allarga e complica i discorsi, arrivando a interrogarsi sulle sue origini e sulla sua terra, il Giappone, chiamata in causa da Goto (Odagiri Joe) in una delle scene più commoventi del film. E vive sulle proprie scelte artistiche, sulla propria pelle, i dilemmi che mette in campo. Chiama i suoi attori fidati (Asano, Miyazaki, Mitsuishi), costruisce la sua famiglia, e persegue uno stile liberissimo, in cui la materia incandescente è tenuta sotto stretta sorveglianza da una vena ironica e surreale. Un cinema in cui si piange e si sorride, si sogna e si ricorda nello spazio (vuoto) di un fotogramma.

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