"Il bacio che aspettavo", di Jon Kasdan
Ciò che sembrano attendere (e desiderare) tutti i personaggi è una sorta di contatto deus ex-machina, che passando o meno attraverso le labbra, possa dare il via a una concatenazione di eventi risolutivi o ad una messa in discussione della propria natura – ma è un’intimità che si fa attendere a sua volta per tutto il film.
Ciò che sembrano attendere tutte le figure di questo film è una sorta di contatto deus ex-machina, che passando o meno attraverso le labbra, possa dare il via a una concatenazione di eventi risolutivi o ad una messa in discussione della propria identità – ma è un’intimità che si fa attendere a sua volta per tutto il film, e non certo perché la sceneggiatura di Jon Kasdan (figlio di Lawrence) scarseggi di condizioni favorevoli per mettere in scena l’atto che nelle nostre vite suona in ogni caso intimo e rivoluzionario, il bacio: abbondano soste imbarazzate sulla porta di casa, passeggiate nel verde, una pioggia torrenziale che cade scrupolosamente proprio nell’ora del dramma, tutti momenti che fanno da cornice perfetta a rivelazioni di malattie fatali, chiarimenti tra genitori e figli, improvvisi slanci di sincerità e ovviamente baci. Fin dalla primissima scena, in cui il protagonista (Adam Brody) viene abbandonato - malgrado la disfatta sentimentale, il regista non manca di ritrarlo senza equivoci come un ragazzo brillante, non privo di sense of humor e non a digiuno una certa cultura pop, nonché aspirante scrittore - si fa evidente la morale della favola: non a caso nella poderosa collezione di frasi propedeutiche all’abbandono, tra cui il sempreverde “non voglio ferirti, ma ho bisogno del mio spazio”, pronunciate da Sophie, si affaccia vistosa l’affermazione altrimenti banale che “nessuno sa cosa sarà della sua vita” e automaticamente la certezza che Carter abbia a sua disposizione una serie di esperienze eclatanti che lo aspettano appena al di là del caffè in cui viene mollato. I seguenti 90 minuti non smentiscono questa benevola assicurazione, anzi tentano in ogni modo di confermarla, trasportandolo dalla metropoli alla provincia del Michigan e passando in rassegna il suo rapporto con la frustrazione di una vicina di casa (Meg Ryan), madre affettuosa ma inquieta, e delle sue figlie, la teenager introversa e la piccola peste dal linguaggio precoce. La sensazione persistente è di assistere a un singolo episodio di un serial particolarmente inoffensivo, specialmente nel modo di affrontare il terrore della malattia (la donna in crisi che si automutila con il solito rabbioso taglio di capelli davanti allo specchio), ed è quasi automatico pensare almeno a un paio di pellicole recenti che affrontano i medesimi temi – il sentimento della giovinezza, le recite familiari – quantomeno con grazia (The Hottest State) o decisamente con acume (Il calamaro e la balena). L’attesa di un bacio, di un apice di intensità, diventa dunque quella dello spettatore, che si riscuote nel finale, avvertendo forse un lampo di onestà nella rivelazione improvvisa che la prossimità alla morte non è sempre o soltanto fissazione senile di una nonna intrattabile, che ha ancora qualche insegnamento da impartire con una scomparsa inaspettata.
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